Centro di orientamento per i diritti delle donne | CF. 96169350582

Con grande piacere pubblichiamo un articolo della nostra volontaria Stella Maggi che tratta con grande competenza e precisione un tema particolarmente difficile. I dati che ispirano l’emendamento, se è vero che sono stati rilevati nella Asl 9 di Grosseto e successivamente nella Regione Toscana, e che i soggetti presi in esame sono “persone vulnerabili” (donne vittime di violenza, minori e anziani), non sono idonei a trattare una materia di per sé difficilissima.

Si cerca nuovamente di mettere sotto tutela le donne, non lasciando loro spazio di decidere liberamente della loro vita.

 

Mara ha ventidue anni e una storia familiare difficile. Suo padre era un  alcolista e ha picchiato la madre fino al giorno in cui i genitori si sono separati. Da allora non l’ha più visto.  Aveva quindici anni. Oggi vive con un’amica, fa lavoretti saltuari e ha una storia con Paolo, un ragazzo di poco più grande con un carattere molto aggressivo, ma Mara sopporta pensando che prima o poi cambierà. Una sera, dopo una scenata di gelosia, Paolo la picchia, facendola cadere. Forse ha una frattura al naso, sanguina. E’ la sua coinquilina che la trova seduta a terra, in lacrime e l’accompagna al pronto soccorso, dopo averla a lungo pregata. Quando arrivano è sempre lei che spiega l’accaduto al medico di turno. Si scatena un gran trambusto, Mara viene medicata, separata dall’amica e trasferita in una stanza riservata dove specialisti e forze dell’ordine trasformano il suo ricovero in un atto d’accusa contro il compagno.  Nessuno si chiede cosa avrebbe voluto fare Mara, lei si sente come quando era piccola e veniva portata all’asilo contro voglia, letteralmente trascinata da sua madre. Scopre di essere diventata una “persona vulnerabile” la cui vita deve essere gestita da altri. Ha voglia di urlare, di ribellarsi, ma riesce solo a piangere e a pensare ai problemi che verranno per il suo compagno. “Lo perderò” si ripete. Lui invece la chiama sul cellulare e le giura vendetta. “Me la pagherai cara” ripete.

La storia è di fantasia ma è quello che potrebbe avvenire a ogni vittima di violenza, se verrà applicato il cosiddetto “codice rosa bianca”, emendamento previsto –  non si sa bene perché – alla legge di stabilità, sulla scia di un esperimento avviato alla Asl 9 di Grosseto e diffuso in tutta la Toscana. Dicono le responsabili con ottimi risultati. Ma non tutto è come sembra. L’emendamento, innanzitutto, raggruppa le donne vittime di violenza, insieme a minori e anziani, sotto la non certo simpatica espressione di “persone vulnerabili”. E’ evidente che in base a questa disposizione la donna cessa di essere parte in causa e lo Stato si assume l’onere di pensare per lei. Uno Stato Padre soffocante che continua a considerare il secondo sesso come un soggetto debole, incapace di gestire la propria vita e la propria difesa. Per altro, già oggi sono molte le donne che non si sentono di denunciare il loro compagno per violenza, figuriamoci se venisse approvato l’emendamento. Quante sarebbero quelle che eviterebbero di andare al Pronto Soccorso per paura di ritrovarsi con una denuncia in mano oppure di non saper dove andare per il timore di una vendetta in casa dopo aver firmato un atto d’accusa ? Sull’ipotesi di questo emendamento, dunque, il mondo femminile si è diviso: da una parte c’è Fabrizia Giuliani, deputata del Pd e tra le fondatrici di “Se non ora quando” che insieme ad altre deputate ha firmato il provvedimento, dall’altra tutte le associazioni che da anni si battono contro la violenza, a partire da Telefono Rosa,  che hanno lanciato un appello per impedirne l’approvazione. I motivi sono chiari, ma li ribadiamo ancora una volta: ognuno deve essere lasciato libero di vivere la propria vita e di decidere come e se denunciare; le donne non sono soggetti deboli ma PERSONE in grado di scegliere ed elaborare ; non è colpa loro se subiscono violenza ma di chi la esercita, non hanno bisogno di qualcuno che le protegga, ma di strutture di sostegno come case e lavoro per uscire dalla spirale di violenza dopo aver denunciato, per libera scelta, un compagno aggressivo.

Così torniamo a Mara e al suo arrivo al Pronto Soccorso. Supponiamo che ad accoglierla ci sia davvero personale qualificato e preparato che, dopo averla medicata e curata, ascolti la sua storia e le suggerisca di farsi aiutare magari rivolgendosi a un centro antiviolenza o a un’associazione. Per cercare di spezzare la dipendenza affettiva da un uomo maltrattante oppure per affrontare con lui e con l’aiuto degli esperti la situazione, salvando il rapporto ed evitando il peggio. Non sarebbe meglio?

Stella Maggi