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Scritto da Stella Maggi

Il suo volto, felice, sereno il giorno delle nozze rimbalza su tutte le pagine di cronaca, sui social network. La tragedia di Maria Cristina e dei suoi due bambini è un pugno nello stomaco, scuote le coscienze come forse è stato, qualche settimana fa, per le due adolescenti stuprate e impiccate ancora vive in India. Carlo Lissi diventa un nome popolare, la vicenda – nella sua ferocia – lascia attoniti. Ha ucciso per liberarsi dalla gabbia, spiega, dove per gabbia si intende famiglia, piaceri e doveri, ha dovuto farlo perché non riusciva a trovare il coraggio di chiedere alla moglie di separarsi e ha infierito sui figli in modo da poter tornare finalmente un giovane single, pronto a conquistare altre prede. Così povero emotivamente da fare l’amore con la moglie prima di ucciderla e di andare a gioire per la vittoria dell’Italia ai Mondiali, subito dopo aver sgozzato anche i due bambini ed essersi liberato dell’arma del delitto. L’Italia è sgomenta. Si alza il rumore, si rincorrono le spiegazioni psicologiche e mediatiche, qualcuno arriva perfino a invocare la pena di morte come se fosse la soluzione finale. Altre pagine si aprono su Facebook chiedono giustizia, indicano la soluzione estrema. Al delitto di sabato sera si aggiungono, nel giro di poche ore, quelli di Alba, infermiera in pensione di 59 anni e Maria, 36 anni, uccise con ferocia a botte e picconate dagli uomini che vivevano con loro. La prima in Liguria, la seconda in Sicilia, da un capo all’altro dell’Italia. L’elenco non è completo. La ferocia non risparmia nemmeno Daniela , 37 anni, volata dal secondo piano del suo appartamento nel piacentino e morta sul colpo, sempre sabato intorno alle 23. Si indaga per omicidio.
Chiamatela “mattanza”, chiamatela “strage”, usate pure gli aggettivi che volete, ma per favore chiamatela e non girate il volto dall’altra parte, pensando che si tratti di vicende che non vi riguardano. La violenza sulle donne, questi omicidi che nemmeno uno scaltro giallista saprebbe inventare in modo così banale e drammatico, ci riguardano tutti. Riguardano i nostri bambini, le nostre figlie adolescenti, il nostro futuro e anche noi. Riguardano donne e uomini, i rapporti umani, il domani della società, Bisogna impegnarsi perché non si ripetano, perché le vittime non rimangano sole, senza via d’uscita né sostegno economico per fuggire. Eppure il rumore, lo sdegno, le domande dell’opinione pubblica non trovano alcuna risposta degna di nota nei palazzi del potere, dove nessuno sembra preoccuparsi di ciò che sta avvenendo. La questione femminile, del resto, è sempre stata considerata, negli ultimi anni, una specie di tormentone gestito da un drappello di sconsiderate. Il governo Renzi, come ha ricordato tempestivamente Gabriella Moscatelli, presidente di Telefono Rosa in una lucida missiva diretta proprio al capo del governo, non ha nominato un Ministro per le Pari Opportunità e nemmeno un sottosegretario con le dovute deleghe. La questione dunque per i nostri amministratori non esiste. Niente viene fatto per affrontare il problema della violenza di genere che non è una questione di ordine pubblico o sicurezza : è prima di tutto un problema culturale. Eppure, scrive Gabriella Moscatelli, centinaia di donne sono state salvate dalle associazioni con il loro lavoro certosino. Un peso che non possono portare da sole. Servono ora risposte “vere, politiche, sostanziali”. Il finanziamento di 18 milioni per i centri antiviolenza, l’assistenza e la prevenzione previsto nel tanto discusso e strombazzato“Piano di azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere” è fermo da otto mesi per un cavillo burocratico, le fa eco la deputata Celeste Costantino di Sel che chiede a sua volta al governo azioni concrete. Per assegnare i fondi serve la firma del ministro delle Pari Opportunità, del quale non c’è assolutamente traccia. “Renzi si contraddistingue per la rapidità delle sue azioni? – conclude Costantino – Allora assegni subito la delega alle Pari Opportunità e sblocchi immediatamente i fondi”.
E noi, noi tutti, uomini e donne cosa possiamo chiedere oltre a un Ministro che torni a occuparsi del tema della violenza di genere in modo decisivo e incisivo? Ad esempio che nelle famiglie si ricominci a educare i figli e le figlie al rispetto dell’altro, che nelle scuole si parli di educazione sentimentale, si insegni a rinnegare la violenza e l’abuso sui più deboli, che si discuta e si progetti un futuro diverso, che gli uomini colpevoli di aver alzato le mani su mogli o figlie vengano seguiti e curati, se necessario allontanati, che le donne in pericolo siano protette, che tutti insieme si ripensi a un futuro e a una convivenza serena, potenziando le associazioni e lavorando per abbattere gli stereotipi anche grazie a personale debitamente formato. Tutti temi presenti nella Convenzione di Istanbul per la prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica. Il documento entrerà in vigore il primo agosto durante il primo semestre europeo presieduto dal Primo Ministro italiano. Sarebbe il caso, dunque, di agire in fretta, manca poco meno di un mese e mezzo. E’ quello che continueremo a chiedere con forza al governo . Lo dobbiamo a Maria Cristina, Alba, Maria, Daniela e a quei due bambini, ma anche a tutte le altre donne uccise o in pericolo. Lo dobbiamo ai nostri figli e alle nostre figlie. Lo dobbiamo a noi.

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