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Scritto da Stella Maggi

“Ho scritto questo libro perché volevo portare allo scoperto come si muove la giustizia nei confronti delle donne, volevo denunciare la violenza della giustizia e delle istituzioni. Già è terribile, inaccettabile, il male, il lutto, il dolore che si deve soffrire, ma quello che è accaduto nel processo per l’assassinio di mia figlia Giulia, la manipolazione della verità, è ancora più grave. In aula non ho visto la volontà di far apparire l’uomo che l’ha uccisa per il mostro che è, c’è stato invece il tentativo di salvarlo in ogni modo, di farlo risultare addirittura la vittima di un lungo periodo di sofferenza dovuto alla frustrazione, alla gelosia. Certo, alla fine lo hanno riconosciuto colpevole, impossibile altrimenti: è reo confesso, ma si è arrivati in qualche modo ad avvallare la sua tesi, quella del raptus momentaneo, della lite, cancellando la premeditazione che invece è chiara negli atti. E mia figlia, la vittima, è diventata l’imputato, la donna crudele, bugiarda, inaffidabile che ha armato la mano di un povero uomo che temeva di essere tradito.”

Parla con precisione, a raffica e con grande fermezza, Giovanna Ferrari che ha raccontato questa storia nel libro “Per non dargliela vinta” (edizioni il Ciliegio). E le sue parole rimandano indietro nel tempo, al documentario “Processo per stupro” che fece scalpore negli anni Settanta perché raccontò senza veli come in aula di tribunale la donna debba sempre difendersi, pur essendo la vittima. Una ragazza “per bene” non può essere violentata, se accade deve aver fatto qualcosa di sconveniente, di terribile, oppure doveva essere consenziente. Ieri come oggi, nulla è cambiato. La donna deve sempre difendersi anche se è stata uccisa come Giulia Galiotto, a soli trent’anni, colpevole di aver creduto fino all’ultimo nell’uomo che amava, che invece la tradiva e si era stancato di lei. “Era contenta quella sera – ricorda la madre – andò all’appuntamento che lui aveva fissato in casa dei suoi genitori. Era contenta, lo aveva detto alla sorella per telefono, sperava ancora di salvare il matrimonio in crisi da tempo.” Invece è solo l’ultimo atto della tragedia. Marco l’aggredisce nel garage, a colpi di pietra, poi tenta di confondere le tracce, fingendo un suicidio e getta il corpo della moglie nel fiume Secchia. Si serve di un biglietto scritto dalla ragazza qualche anno prima per avvalorare la tesi che la donna si sia tolta la vita da sola. Quando viene scoperto confessa, ma sostiene di averla assassinata durante una lite. Di questa accesa discussione però non c’è nessuna conferma, lo zio che era al piano di sopra al momento del delitto non sente nulla e, soprattutto, Giulia – lo dimostra l’autopsia – non si è difesa, non ha cercato la fuga come sarebbe stato naturale. Ha solo alzato la mano, all’ultimo minuto, nel tentativo estremo di difendersi. Era l’undici febbraio del 2009.

“Il fatto che non sia stata riconosciuta la premeditazione gli ha tolto almeno dieci anni di quelli che avrebbe dovuto scontare e il processo è diventato un processo alla vittima, al suo stile di vita , al fatto che fosse una donna socievole, che avesse tante amicizie, maschili e femminili. Il delitto d’onore – continua Giovanna – è rimasto nella nostra testa e vive ancora nelle aule dei tribunali. Ciò fa sì che una donna uccisa viene assassinata ancora ed ancora dalla nostra società che motiva e legittima il suo assassino. Gli uomini vanno armati fino ai denti agli appuntamenti ma c’è sempre una lite che li giustifica. Si pensa “l’ha ammazzata, ma aveva i suoi buoni motivi”. La vittima è carne da macello. C’è molta attenzione per l’imputato ma nessuna per la dignità della persona assassinata. Ho sentito dire cose orrende su nostra figlia. Il rito abbreviato poi è tutto a vantaggio dell’imputato mentre la parte offesa sta lì per essere ancora offesa. Vengono redatte leggi per limitare la violenza contro le donne, ma le pene che vengono inflitte sono irrisorie rispetto alla gravità del fatto.”

Marco è stato condannato a diciannove anni e quattro mesi di carcere. Ha già chiesto due volte gli arresti domiciliari che gli sono stati negati. “Una sentenza spaccata – commenta Giovanna – da un lato si sostiene che non ci sono elementi certi per la premeditazione, dall’altro lo descrive come un uomo crudele e senza scrupoli, un mostro che dopo averla uccisa ha cercato di simulare un suicidio. Una sentenza per il momento congelata, il processo d’appello si è aperto e richiuso, confermando nei fatti la sentenza di primo grado. Si andrà quindi direttamente in Cassazione il 17 settembre. Io non nutro più grandi speranze nella giustizia, per nostra figlia non cambierà nulla, ma io non voglio rendermi responsabile di questo nuovo massacro. No, deve essere rispettata l’immagine della vittima e della donna.”

Così Giovanna porta il suo libro in giro per l’Italia, da Modena a Matera a Savona, da Roma a Bari, a Polignano a mare e raccontando di Giulia incontra altre donne che la comprendono perché conoscono la violenza e tante associazioni che si battono contro lo stalking e non solo. “Le loro storie mi fanno rabbrividire, è un labirinto dal quale è difficile uscire. La vita delle donne che cercano di reagire all’aggressività maschile è tremenda. Se denunciano non trovano alcuna tutela e si ritrovano in un inferno. Arrivano alla ribalta solo quando vengono ammazzate.”

A Giulia la cantautrice Morgana Montermini ha dedicato una canzone dal titolo “Non è l’amore” e c’è un concorso lanciato dall’associazione “Il coraggio di cambiare” di Sassuolo per trovare una voce femminile che possa interpretarla e proporla il 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza alle donne. Della giuria farà parte anche Giovanna Ferrari, insieme all’attore Enzo De Caro e alla cantautrice che è il direttore artistico dell’evento. Per partecipare occorre inviare una demo di un brano cantato entro il primo settembre. (www.associazioneilcoraggiodicambiare.it). E’ un modo anche questo per ricordare la giovane assassinata, per dire basta, cercare di cambiare mentalità, per non dargliela vinta, come recita il titolo del libro scritto da Giovanna Ferrari.

“Sa perché ho usato questa frase? – conclude l’autrice – In realtà la disse Marco quando, durante l’interrogatorio, gli chiesero perché l’avesse invitata a discutere nel garage dei suoi genitori, quando potevano tranquillamente parlare nella loro casa. Lui rispose che aveva deciso così e non voleva cambiare idea, anche solo per non dargliela vinta. E io ho girato la frase contro di lui, per non darla vinta a questa prepotenza cieca che non concede la dignità di persona alla donna. E’ una cultura che noi dobbiamo cambiare.”

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