Centro di orientamento per i diritti delle donne | CF. 96169350582

Il riconoscimento pubblico della violenza assistita è recente nel nostro paese ed è cresciuto parallelamente al diffondersi delle iniziative delle associazioni femminili nella tutela delle donne che subiscono violenza domestica. La sensibilità verso questo fenomeno risale agli anni 90 e si è sviluppata grazie all’incontro del sapere e del lavoro degli operatori pubblici e privati, tra chi tutela le donne e chi interviene sui minori. È emersa cosi la consapevolezza della stretta interrelazione tra violenza domestica e violenza assistita.
Con “violenza assistita” si intende “il fare esperienza da parte del/della bambino/a di qualunque forma di maltrattamento compiuto tramite atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica compiuta su figure di riferimento o su altre figure significative, adulte o minori.”
Il bambino può fare esperienza di tali atti direttamente (quando avvengono nel suo campo percettivo), indirettamente ( quando il minore ne è conoscenza), e/o percependone gli effetti.
La violenza assistita, in quanto maltrattamento psicologico, comporta effetti a livello emotivo, cognitivo, fisico e relazionale. Anche se non risulta dimostrabile una correlazione lineare tra la violenza assistita e l’insorgenza di esiti clinici, conseguenze dannose provocate da abusi, maltrattamenti e violenze , si verificano con grande frequenza, anche nei casi in cui il bambino non manifesti un sintomo immediato.

Le tipologie e le conseguenze della violenza assistita.
Nell’ambito della violenza assistita, occorre distinguere i casi in cui il bambino fa esperienza diretta della violenza, quando obbligato a vedere, o indiretta, quando ne è messo al corrente o ne percepisce gli effetti negativi: dalla piccola violenza quotidiana come può essere una lite tra genitori, alle forme più gravi e ripetute, che provocano nel bambino effetti molto gravi.
Spesso, i bambini si sentono in colpa per la situazione che si è venuta a creare e si sentono impotenti e incapaci di intervenire. Quando l’esposizione a scene di violenza è ripetuta, vengono compromessi il benessere, lo sviluppo individuale e la capacità di interagire in modo funzionale a livello sociale ripercuotendosi sia nell’età adolescenziale che nell’età adulta. Nell’immediato, la violenza assistita può causare diverse manifestazioni di disagio come stress, depressione, difficoltà scolastiche, ridotte capacità empatiche, bassa autostima, svalutazione di sé, e, sul lungo periodo aumenta il rischio di riproducibilità, ossia di sviluppare comportamenti violenti in età adulta, assumendo la violenza come legittimo strumento relazionale.
Una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Psychological Science da Fisher e Pfeifer sostiene che la litigiosità e i toni alterati della voce dei genitori sono riconosciuti dal bambino, anche mentre dorme, e ne alterano l’attività del cervello con possibili effetti sul suo sviluppo. Le aree del cervello del bambino interessate sono quelle neurali legate alla regolazione dello stress e delle emozioni. I neonati non comprendono il senso delle parole ma ne percepisco la conflittualità.
Nelle dinamiche familiari caratterizzate da maltrattamenti e violenze, il bambino viene esposto, oltremodo, a modelli educativi confusivi e laceranti, i quali coinvolgono la costruzione della sfera dei principi etici: il riconoscimento di ciò che è bene e ciò che è male, non potendo così sviluppare quel senso di giustizia che orienta il comportamento verso la prossimità, la cura e il bene dell’altro.
I bambini testimoni di violenza intrafamiliare possono mettere in atto comportamenti violenti per salvare il legame affettivo con il genitore aggressore e per avere l’illusione di una sensazione di controllo e potere. Imparano che la violenza è un comportamento lecito nei legami affettivi e nelle relazioni sia di coppia che amicali, si crea dunque confusione nel loro mondo interiore su ciò che è affetto, ciò che è violenza e ciò che è intimità. Di conseguenza si va ad incrinare la relazione tra il minore e il genitore maltrattato, venendo a mancare quello spazio protetto dove può muoversi con sicurezza e fiducia, deprivandolo di chi può provvedere ai suoi bisogni fondamentali: la condizione di stress, infatti, porterà la madre a non esercitare in modo corretto le proprie funzioni educative e genitoriali in genere (Luberti, Pedrocco, Biancardi, 2005). Di norma, i principali fattori di protezione e riparazione dei danni subiti dai bambini sono rappresentati dalla consapevolezza materna e dalla attivazione delle capacità protettive della madre.
I dati sulla violenza assistita.
Questo tema è molto recente in Italia, ciò è confermato dal fatto che al momento sono del tutto assenti dati statistici relativi alla violenza assistita sui minori, anche in considerazione dell’esistenza di uno specifico reato. Di fatto non sono disponibili i dati relativi alle richieste di allontanamento dalla famiglia pervenute ai Tribunali Civili, nonché le informazioni sui conseguenti provvedimenti adottati.
È possibile ricavare indirettamente alcuni elementi utili alla conoscenza della violenza assistita dalle rilevazioni sulla violenza di genere (le cui prime rilevazioni sul tema hanno riguardato la violenza sessuale che dal 1998 fa parte del filone di indagine sulla “sicurezza dei cittadini”). In particolare si riportano di seguito i dati relativi all’ultima indagine dell’Istat sulla violenza contro le donne, che hanno permesso di delineare le specificità e le dimensioni quantitative del fenomeno.
Verranno poi forniti i dati sull’utenza provenienti da due importanti associazioni, utili ai fini dell’analisi delle fenomeno della violenza assistita dei bambini. Infine, breve richiamo ai dati delle chiamate al servizio telefonico nazionale di pubblica utilità anti violenza e stalking “1522”, e i dati delle richieste di aiuto giunte al servizio telefonico nazionale a tutela dei bambini maltrattati, il “114”; entrambi attivi dal 2006 e promossi dalla Presidenza del Consiglio – Dipartimento Pari Opportunità.
L’Istat ha pubblicato nel 2015 i dati relativi all’indagine sulla Sicurezza delle donne “La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia”, condotta tra maggio e dicembre 2014 con il finanziamento del Dipartimento per le Pari Opportunità, con l’intento di aggiornare i dati relativi al fenomeno della violenza contro le donne tenendo conto della componente sommersa non rilevabile attraverso le denunce o altre fonti di dati sulla violenza. Emerge chiaramente che il fenomeno della violenza sulle donne continua ad essere grave e diffuso. Secondo l’indagine, sono 6 milioni e 788 mila ovvero il 31,5% delle donne in età compresa tra i 16 e i 70 anni ad aver subito nella propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila).
Ha subìto violenze fisiche o sessuali da partner o ex partner il 13,6% delle donne (2 milioni 800 mila), in particolare il 5,2% (855 mila) da partner attuale e il 18,9% (2 milioni 44 mila) dall’ex partner. La maggior parte delle donne che avevano un partner violento in passato, lo hanno lasciato proprio a causa delle violenza subita (68,6%). In particolare, per il 41,7% è stata la causa principale per interrompere la relazione, per il 26,8% è stato un elemento importante della decisione.
Considerando soltanto le violenze subìte fuori dalla relazione di coppia, i conoscenti sono gli autori del 27,4% di tutte le forme di violenza fisica, i parenti lo sono per il 18,5%, gli amici per il 14,2% e i colleghi di lavoro per l’8,9% dei casi. Gli estranei sono i responsabili del 30,2% delle violenze fisiche, del 61,1% di quelle sessuali (incluse le molestie).
Esaminando invece le violenze fisiche e sessuali senza le molestie, di cui è vittima il 14,2% delle donne, gli estranei passano in seconda posizione rispetto all’insieme delle persone conosciute (31,2% contro 66,6%). L’andamento è ancora più marcato per gli stupri e i tentati stupri, che sono compiuti da una persona conosciuta nel 66,2% dei casi e, più specificatamente, da conoscenti (32,8%), amici (16,9%), parenti (5,3%), colleghi (9,7 %) e amici di famiglia (3%).
Il dato delle indagini, oltre a rivelare quanto il fenomeno sia sommerso, perché non denunciato, mette inevidenza anche il “silenzio delle vittime” infatti malgrado la gravità, il 23,5% delle donne non parla con alcuno della violenza subìta dai partner precedenti, quota che aumenta al 39,9% nelle violenze da partner attuale. Lo fanno prevalentemente con amici (35%), familiari (33,7%) o altri parenti (11,2%), ma anche con carabinieri, polizia, avvocati o magistrati (6,7%), colleghi o superiori (1,5%), medici o infermieri (1,4%), operatori del pronto soccorso (1,2%), assistenti sociali (1,1%). Inoltre il 3,7% si è rivolta a un centro antiviolenza o a un servizio per il supporto delle donne e il 12,3% ha denunciato la violenza alle forze dell’ordine. Tra le donne che hanno subìto violenza, tuttavia, il 12,8% non sapeva dell’esistenza dei centri antiviolenza o dei servizi o sportelli di supporto per le vittime.
Nell’indagine viene poi realizzato un focus sull’eventuale presenza dei figli in occasione di episodi di violenza subiti dalla madre: i figli che assistono alla violenza del padre nei confronti della madre hanno una probabilità maggiore di essere autori di violenza nei confronti delle proprie compagne e le figlie di esserne vittime. Per questo motivo è molto preoccupante l’aumento del numero di violenze domestiche a cui i figli sono stati esposti: la quota è salita al 65,2% rispetto al 60,3% del 2006. In particolare, hanno assistito alla violenza raramente nel 16,2% dei casi di violenza, a volte nel 26,7%, spesso nel 22,2%, in crescita rispetto al 2006 (rispettivamente 16,3%, 20,5% e 21,4%). Nel 25% dei casi, inoltre, i figli sono stati anche coinvolti nella violenza, (15,9% nel 2006), in particolare il 10,8% ne è stato vittima raramente (6,7% nel 2006), l’8,3% qualche volta (5% nel 2006) e il 4,5% spesso (4,2% nel 2006).
Alla luce di quanto detto possiamo affermare che emergono importanti segnali di miglioramento rispetto all’indagine precedente: negli ultimi 5 anni le violenze fisiche o sessuali sono passate dal 13,3% all’11,3%, rispetto ai 5 anni precedenti il 2006. Ciò è frutto di una maggiore informazione, del lavoro sul campo ma soprattutto di una migliore capacità delle donne di prevenire e combattere il fenomeno e di un clima sociale di maggiore condanna della violenza. E’ in calo sia la violenza fisica sia la sessuale, dai partner e ex partner (dal 5,1% al 4% la fisica, dal 2,8% al 2% la sessuale) come dai non partner (dal 9% al 7,7%). Il calo è particolarmente accentuato per le studentesse, che passano dal 17,1% all’11,9% nel caso di ex partner, dal 5,3% al 2,4% da partner attuale e dal 26,5% al 22% da non partner.
In forte calo anche la violenza psicologica dal partner attuale (dal 42,3% al 26,4%), soprattutto se non affiancata da violenza fisica e sessuale.
Alla maggiore capacità delle donne di uscire dalle relazioni violente o di prevenirle si affianca anche una maggiore consapevolezza. Più spesso considerano la violenza subìta un reato (dal 14,3% al 29,6% per la violenza da partner) e la denunciano di più alle forze dell’ordine (dal 6,7% all’11,8%). Più spesso ne parlano con qualcuno (dal 67,8% al 75,9%) e cercano aiuto presso i servizi specializzati, centri antiviolenza, sportelli (dal 2,4% al 4,9%). La stessa situazione si riscontra per le violenze da parte dei non partner. Rispetto al 2006, le vittime sono più soddisfatte del lavoro delle forze dell’ordine. Per le violenze da partner o ex, le donne molto soddisfatte passano dal 9,9% al 28,5%.
Si segnalano però anche elementi negativi. Non si intacca lo zoccolo duro della violenza, gli stupri e i tentati stupri (1,2% sia per il 2006 sia per il 2014). Le violenze sono più gravi: aumentano quelle che hanno causato ferite (dal 26,3% al 40,2% da partner) e il numero di donne che hanno temuto per la propria vita (dal 18,8% del 2006 al 34,5% del 2014). Anche le violenze da parte dei non partner sono più gravi. Le donne che hanno subìto stalking nel corso della vita sono 3 milioni 466 mila (16,1%) di cui: 1 milione 524 mila l’ha subìto dall’ex partner, 2 milioni 229 mila da persone diverse dall’ex partner.

Il CISMAI-Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia in collaborazione con Terre des Hommes, ha portato avanti una ricerca volta a quantificare il fenomeno del maltrattamenti sui minori, sul campione italiano e con la collaborazione dei Comuni italiani. Il “sistema Italia” è ancora oggi privo di un sistema informativo per la raccolta dati, istituzionalizzato ed omogeneo, sul maltrattamento nei confronti dei bambini e, di conseguenza, di un adeguato sistema di monitoraggio. Questa lacuna è stata più volte evidenziata con preoccupazione dallo stesso Comitato ONU per la CRC Convention on the Rights of the Child, quale priorità alla quale il nostro Paese è chiamato a dare una soluzione. Ciò, infatti, non solo impedisce all’Italia di conoscere a fondo e contrastare con strumenti appropriati il fenomeno dell’abuso all’infanzia, nelle sue più sottili sfaccettature, ma ostacola, altresì, la comprensione di come si posizioni il nostro Paese rispetto al quadro europeo ed internazionale.
Il Dossier offre, in sintesi, una fotografia dettagliata e precisa del fenomeno del maltrattamento a danno di minori, registrandone la dimensione in 49 Comuni italiani: Bologna (BO), Campodoro (PD), Camposanmartino (PD), Carmignano di Brenta (PD), Cartura (PD), Cesena (FC), Cittadella (PD), Collegno (TO), Curtatolo (PD), Cusago (MI), Fontaniva (PD), Galliera Veneta (PD), Gazzo Padovano (PD), Genova (GE), Grantorto (PD), Gravina di Catania (CT), Imperia (IM), Lanciano (CH), Latisana (UD), Milano (MI), Napoli (NA), Olbia (OT), Piazzola sul Brenta (PD), Potenza (PZ), Pozzonovo (PD), Sangiorgio in Bosco (PD), San Martino di Lupari (PD), Palermo (PA), Pavia (PV), San Marino, San Pietro in GU (PD), Sassari (SS), Tombolo (PD), Torino (TO), Trieste (TS), Villafranca Padovana (PD).
Dal campione analizzato emerge che 1 bambino su 100 (lo 0,98% del totale dei bambini residenti) è stato rilevato quale vittima di una forma di maltrattamento e sulla base di questo dato è plausibile affermare che in Italia siano quasi 100.000 i minori vittime di un maltrattamento (la popolazione globale minorile italiana era 10.574.660 al 1° gennaio 2012).
Lo studio ci permette di sapere che sono 6 bambini su 1000 a subire abusi sessuali, un dato che deve indurci a ripensare le misure di prevenzione e che la violenza assistita colpisce 16 bambini su 1000 ci indica che troppo spesso la conflittualità familiare sfocia nella violenza.

I dati di telefono azzurro evidenziano che nel 2012 su 2175 segnalazioni pervenute al Centro Nazionale di Ascolto, il 5% dei casi era relativo a situazioni di violenza domestica, dato quasi analogo a quello del Servizio 114 Emergenza Infanzia, dove, su 1524 casi segnalati i casi di violenza domestica sono stati il 5,6%.
È importante ricordare che il 19 giugno 2013 è stata ratificata in Italia la “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, la cosiddetta Convenzione di Istanbul. La Convenzione prevede che siano garantiti protezione e supporto ai bambini “testimoni di violenza domestica”, propone l’introduzione di circostanze aggravanti nel caso in cui il reato sia stato commesso su un bambino o in presenza di un bambino e il ricorso, se necessario, a misure di protezione specifiche, che prendano in considerazione il superiore interesse dei bambini e degli adolescenti coinvolti in episodi di violenza domestica.

Rapporto dell’Oms su violenza e salute. (http://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/lavoro-e-professione/2015-05-14/maltrattamento-bambini-carenze-ssn-193709.php?uuid=AB9Q1SgD&refresh_ce=1)
L’Organizzazione mondiale della sanità, nel suo Rapporto su violenza e salute, ha definito la violenza come un problema globale di salute pubblica. In particolare, il maltrattamento dei bambini (maltrattamento fisico, psicologico, abuso sessuale, trascuratezza, violenza assistita) rappresenta un fattore di rischio di malattia elevatissimo. Fra le conseguenze dell’abuso all’infanzia sono oggi documentate non solo conseguenze fisiche (lesioni, traumatismi, disturbi sessuali, ecc.), disturbi psicologici e psichiatrici, disturbi post-traumatici (PSTD), dipendenze, depressione, disturbi del comportamento alimentare (Dca), ma anche cardiopatia ischemica, cancro, broncopneumopatie croniche, sindrome dell’intestino irritabile e fibromialgie.
Nonostante l’Oms abbia posto da oltre 13 anni la centralità della violenza come problema di salute pubblica mondiale e fornito numerose raccomandazioni per prevenirla, il Servizio sanitario nazionale, che pure registra fra i Livelli essenziali d’assistenza la cura dei bambini abusati, non è riuscito ancora ad elaborare un sistema di intervento precoce sul maltrattamento.
Uno dei motivi di questa grave lacuna può essere il fatto che ad oggi non esiste in Italia un sistema di raccolta dati istituzionalizzato a livello nazionale che certifichi il numero dei bambini presi in carico per maltrattamento dai Servizi sociali nei diversi Comuni, offrendo un meccanismo di monitoraggio costante che riporti la dimensione reale del fenomeno del maltrattamento all’infanzia. Il Comitato Onu sulla Convenzione dei diritti dell’infanzia ha infatti richiamato più volte, negli ultimi anni, il Governo italiano perché si dotasse di questo strumento indispensabile senza il quale non è possibile l’adozione di efficaci politiche di prevenzione e contrasto della violenza a danno dei bambini.
Nel Piano nazionale di Prevenzione 2014-2018 vi è finalmente qualche timido accenno all’impatto del maltrattamento sulla salute mentale dei bambini, ma l’argomento è spesso completamente trascurato nei Piani sanitari. Di fatto, in diversi Stati Oms esistono oramai da anni servizi di rilevazione precoce nei reparti ospedalieri di neonatologia e di pediatria, che vanno dallo screening sui casi a rischio all’attivazione di servizi di home visiting e di follow up nella fase post-dimissioni, specie sui casi di certa o sospetta depressione post-partum o di emersione di problematiche genitoriali.
In Italia invece questo sistema preventivo stenta a decollare, nonostante alcune isolate buone prassi: ci si limita, nei casi più gravi ed evidenti, alla segnalazione all’Autorità giudiziaria, mentre sui casi sospetti o più difficili da diagnosticare, rispetto alla presenza dei fattori di rischio, non si hanno gli strumenti per intervenire.
Tra le raccomandazioni dell’indagine per il Governo e la Conferenza delle Regioni ci sono l’istituzione di un sistema permanente di raccolta dati sul maltrattamento; istituzione di un Piano nazionale di contrasto, prevenzione e cura con l’allocazione di adeguate risorse per le amministrazioni nazionali, regionali e comunali competenti; creazione di un Organismo di Coordinamento interistituzionale sul maltrattamento e, non da ultimo, adozione di Linee Guida nazionali sulla prevenzione e protezione dalla violenza sui bambini e adolescenti, che ancora oggi, incredibilmente, non esistono.
Sul fronte della cura e riparazione dell’abuso, il Servizio sanitario nazionale presenta alcune esperienze di eccellenza, in particolare per il settore psicologico e psicoterapeutico. Tuttavia, i servizi e i centri che si occupano di prestazioni sanitarie per bambini vittime di maltrattamento, non possiedono specifiche norme per l’autorizzazione e l’accreditamento. Una grave carenza delle Regioni che precarizza il ruolo di questi servizi, spesso oggetto di rilevanti tagli negli ultimi anni, e che incide sulla qualità dell’offerta ai bambini e alle famiglie.

Quadro normativo.
Nell’ordinamento giuridico italiano al fenomeno della violenza assistita non corrisponde una fattispecie specifica ed autonoma di reato, nella quale venga identificato il minore quale persona offesa per i reati che si compiono in sua presenza verso altri componenti del nucleo familiare. Tale vuoto normativo viene colmato riconducendo i singoli comportamenti nei quali si concretizza la violenza assistita alle fattispecie di reato esistenti, qualora ne ricorrano i presupposti. Il riferimento è in particolare al reato di maltrattamenti in famiglia, previsto dal codice penale dell’articolo 572.
Invitiamo a fare riferimento alle seguenti leggi:
– legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote;
– Legge n. 154 del 2001;
– Legge n. 38 del 2009;
– Legge sul femminicidio, 15 ottobre 2013 N.119.

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