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Dieci gennaio, ore 12.40, l’ora di punta  al mercato di Maiuduguri, nello stato di Bormo. L’esplosione arriva improvvisa. Una bambina di dieci anni viene fatta esplodere : alla fine si conteranno 19 morti, mentre altre 18 persone rimangono gravemente ferite. Gli agenti avevano cercato di fermarla all’ingresso del centro perché il metal detector segnalava qualcosa di anomalo ma non hanno fatto in tempo. Il corpo della piccola giace a terra. Devastato.   Portatrice di morte a sua insaputa. Morta per sempre senza sapere perché, mentre avrebbe dovuto ancora giocare con le bambole, prendere le carezze della mamma, andare a scuola e imparare a reagire, come continua a gridare il premio Nobel, Malala Yousafzai. Cosa le hanno detto prima di mandarla lì a seminare orrore? Come l’hanno convinta? Non lo sapremo mai.  Quasi certamente nessuno le ha spiegato cosa sarebbe accaduto, forse non ha nemmeno azionato lei il detonatore.  Ha ucciso ed è stata uccisa come se fosse un robot telecomandato. Per lei un funerale con troppi morti.

Il mondo non fa nemmeno in tempo a denunciare l’episodio, a gridare l’orrore che subito il dramma si ripete. Appena due giorni dopo altre due bambine vengono usate come armi mobili, questa volta a Potiskum, nello stato nord-orientale di Yobe.  Tre i morti, 43 i feriti.  Sono i giorni terribili di Charlie Hebdo e degli attentati a Parigi.  C’è poco tempo per pensare a un dolore così lontano, nella vecchia Europa colpita al cuore.  Ma la scia di violenza è lunga, lunghissima. Un mese prima, il dieci dicembre, la strage fu evitata all’ultimo minuto : una ragazzina di tredici anni si era salvata perché aveva rifiutato di farsi esplodere a un mercato a Kano. Un’altra piccola di dieci anni era stata fermata dalla polizia nigeriana, a fine luglio a Katsina: sotto l’abito tradizionale aveva una cintura esplosiva attaccata alla vita. Avrebbe detto, tra le lacrime,  che l’avevano spinta i genitori ad indossarla.  La lista prosegue, parla di altre donne e bambine, episodi che non conosceremo mai compiutamente e che dimostrano, una volta di più, come il corpo femminile sia un facile terreno da espropriare: porta vita con gli stupri etnici, la distrugge con gli esplosivi alla pancia.  D’altro canto il gruppo terroristico di Boko Haram  che gestisce questi orrori è spietato. Uccide, massacra, cancella, rapisce, schiavizza nel tentativo di introdurre la shari’a in Nigeria.  Il solo nome del gruppo mette i brividi , Boko Haram tradotto vuol dire “L’educazione occidentale è peccato”.  Peccato studiare, dunque,  basti pensare alle duecento ragazze rapite che il movimento internazionale “ Bring back our girls” sta cercando di salvare da aprile, per ora senza risultato.

Nei tre attentati di inizio anno, si sospetta, ci siano proprio alcune di quelle piccole. E così dopo essere state strappate ai college, alle scuole, alle loro famiglie, schiavizzate, brutalizzate ora le bambine vengono usate come armi. “Una specie di upgrade” per i fanatici di Boko Haram, secondo Elizabeth Donnelly, vice direttrice dell’Africa program al Chatham House Foundation di Londra. Ma per favore non chiamatele kamikaze. “Si tratta di per­sone rapite e i loro corpi ven­gono dotati di armi per ucciderle e dan­neg­giare gli altri. La parola kami­kaze, invece, sug­ge­ri­sce il coinvolgimento in una causa e la con­se­guente moti­va­zione a ucci­dere. La rab­bia, l’incomprensione e l’impotenza che ogni giorno ciò pro­voca in noi è inquie­tante”, commenta in un’intervista al quotidiano “Il Manifesto” Awam Amkpa, nigeriano, professore associato di Arte Drammatica e Teoria Culturale alla New York University.  Potremmo aggiungere che se per questi terroristi l’essere umano non vale nulla, le bambine contano ancora meno.  Sono armi da guerra o da riproduzione, da usare come schiave, senza nessuna pietà.  non esistono.

Negli stessi giorni un video diffuso dall’Isis mostra un bambino probabilmente kazako, felpa nera, pantaloni mimetici, capelli neri lunghi, aria decisa. Anche lui ha circa dieci anni,  impugna spavaldamente una pistola puntata verso il basso. I guerriglieri chiamano i piccoli coinvolti in azioni militari “cuccioli di leone del califfato.  Il nostro eroe, tale sembra sentirsi nel video, ucciderà due uomini accusati di collaborare con i servizi segreti russi per lasciarci scoprire solo alla fine che si chiama Abdullah e che ha frequentato i campi d’addestramento. Vuole crescere ed uccidere gli infedeli. Il video è agghiacciante, le vittime sono inginocchiate. Sette minuti di immagini, montate sapientemente, sulla cui autenticità Mosca ha posto seri dubbi. “L’Isis ha raggiunto un nuovo livello di depravazione morale: usano un bambino per uccidere i loro prigionieri” dice Rita Katz, la direttrice del Site Intelligence Group, l’organizzazione americana che monitorizza i siti web degli jihadisti.

A video del genere non eravamo ancora pronti, anche se abbiamo visto quelli dei giornalisti e dei volontari decapitati in Siria, sempre per mano dell’Isis: prima James Foley, poi Steven Sotloff e ancora Peter Kassing e il francese Hervé Gourde in Algeria. Video usati come propaganda bellica per creare orrore e raccogliere consensi. Sembra che si sia perso, in qualche angolo remoto dell’anima,  il valore della vita umana e, nel caso dei bambini, il senso della genitorialità, dell’amore e del rispetto. Nell’ultimo film di Clint Eastwood “American Sniper”  che racconta la vita del tiratore scelto Chris Kyle, un cecchino che ha collezionato 160 morti in Iraq, c’è un episodio molto simile. La sua prima vittima è un bambino cui la mamma, sentendosi scoperta, passa una bomba e lo incita a correre verso la morte per portare a termine la loro missione . Ma è mai possibile? si chiede una madre occidentale guardando il film.

La guerra degli altri, il massacro cui assistiamo, i bambini usati come armi o dotati di armi … tutto questo com’ è possibile? Dovremmo chiedercelo ogni giorno invece  dimentichiamo quasi subito, travolti dall’onda di notizie continue.  Quei “cuccioli del leone del califfato” così come le bambine usate come armi ricalcano una specie di stereotipo ben definito, di ruoli precisi segnati da una storia più che millenaria  che ancora non sappiamo cancellare. Gli uomini portano morte, indossando armi e uccidendo, le donne obbediscono, come vittime sacrificali, pronte a dare la loro vita a comando.  Che siano così giovani per noi, occidentali, è un orrore doppio. Ma non sono arrivati per caso, tanti video, tante foto ci hanno raccontato in questi anni di piccoli costretti a usare le armi, a vivere vite da adulti, fumando, bevendo e persino imparando a combattere. Per non parlare della schiavitù sessuale a cui sono costrette milioni di bambine in paesi poveri. Morali e dottrine diverse si scontrano in conflitti che hanno perso valori e umanità come noi li concepiamo e ne portano di nuovi. Eppure, a guardare bene queste immagini, a leggere queste storie sembra che quei bambini, con i loro sguardi innocenti e crudeli, siano lì a chiederci, a modo loro, aiuto, come potrebbero fare anche i piccoli siriani stremati dalla guerra civile, nei campi profughi o quelli che vivono nel nostro paese e sono costretti a crescere senza affetto, cibo o giocattoli, magari  mentre assistono a scene di violenza. Da adulti cercheranno vendetta, se saranno sopravvissuti. “Non insegnate ai bambini la vostra morale” cantava Giorgio Gaber, tanti anni fa. Bisognerebbe ricordare quelle parole e cercare una morale nuova anche noi. Per quel poco che è possibile, per ritrovare il senso della vita.  Possiamo fare poco, nel nostro mondo protetto, forse solo denunciare e chiedere agli organismi internazionali d’intervenire, ma anche ricordare, non smettere mai . Per impedire nuovi orrori. Perché il loro sacrificio non sia invano.

 

Stella Maggi

 

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