Centro di orientamento per i diritti delle donne | CF. 96169350582

di Stella Maggi

 

“Sentivo le urla dall’appartamento vicino al mio, urla di donna, disperate. Non riuscivo a capire cosa stesse avvenendo. Le nostre pareti sono vicine, le camere da letto confinano, arriva tutto.  Ne parlai alla riunione di condominio, volevo un consiglio, magari denunciare la vicenda, ma l’amministratore e gli altri mi dissero che era meglio tacere, che potevo prendermi una querela per calunnia se avessi detto qualcosa.” L’uomo si racconta durante un programma televisivo, al telefono. Spiega di essere non vedente, di aver convissuto per anni, almeno tre, con quei lamenti. Deve essere stato difficile da sopportare.  Lamenti di giorno e di notte, quando la donna rifiutava di dormire con il suo compagno, urlando un secco “no”. E poi le offese, da parte di lui: “Non vedi come ti sei ridotta? Alzati, lavati … ” e altre cose del genere. Solo una volta spiega, cercò di parlare con quel vicino, sentendolo uscire di casa e percepì i passi di lei che si avvicinava a loro. Poi la porta si chiuse. Più niente. Negli ultimi mesi i lamenti e le urla si erano affievoliti. Non li sentiva quasi. Ora un senso di colpa gentile lo accompagna,  ora che sa cosa è accaduto davvero, ora che Laura Carla è morta e nessuno può più aiutare la coppia. “Tra moglie e marito- dice un vecchio proverbio- non mettere il dito”. Lui non ha osato intervenire.   Altri condomini di quel palazzo in via Tasso, a Pavia, hanno raccontato ai giornali di aver sentito la donna urlare, sapevano che in casa c’era una persona malata, ricordano almeno un paio d’interventi di polizia e carabinieri, in passato, probabilmente quando la situazione non era ancora così grave. Senza alcun esito.  E nessuno ha mai pensato di parlare, di denunciare, di andare a vedere cosa accadeva in quell’abitazione.  Tre anni, almeno, d’indifferenza e silenzi.

Testimonianze e racconti che richiamano alla mente “Dietro la parete”  la canzone portata al successo all’inizio degli anni Ottanta da Tracy Chapman : “L’altra notte ho sentito urlare/Voci che gridavano dietro la parete/Un’altra notte insonne per me/Non servirebbe a nulla chiamare/ La polizia/ Arrivano sempre tardi/ Sempre che arrivino.”  Urla che si ripetono fino al drammatico epilogo, l’arrivo di un’ambulanza. Nella canzone, quasi un lamento, la denuncia secca della violenza familiare e di un femminicidio che si nutrono della complicità silenziosa dei vicini, della sfiducia nella polizia e nel poter fare qualcosa, una cosa qualsiasi per interrompere quell’orrore.  Nessuno di quel condominio che descrive la Chapman può dirsi innocente,  come nessuno del condominio in cui viveva Laura Carla scorderà la sua storia, si sentirà del tutto estraneo alla vicenda anche se, probabilmente,  in questo caso, non stiamo parlando di un femminicidio . Eppure la storia di Laura Carla è una storia che ci riguarda da vicino.  Quante volte davanti a urla nel condomino, litigi in strada, rumori sospetti giriamo la faccia dall’altra parte, pensando che non è nulla, che non dobbiamo impiccarci, che magari non sta accadendo nulla di strano? Eppure basterebbe spesso una parola, una presa di posizione per cambiare il senso della storia, per salvare una donna o un bambino,  specie ora che le forze dell’ordine cominciano a prendere realmente coscienza del problema della violenza domestica. Una rete di protezione intorno alla vittima che arriva da chi percepisce il pericolo, qualcosa che non va, siano essi familiari, amici, vicini, semplici conoscenti.  “ «Ptàkh pìkha le illèm»: apri la tua bocca per il muto (Proverbi/Moshlé 31,8)”  ha scritto Erri De Luca nel libro “La parola contraria”, uscito pochi giorni fa e che racconta la sua vicenda giudiziaria per aver preso posizione sulla questione No Tav.

Nessuno ha parlato, nessuno ha rotto il muro di omertà intorno a Laura Carla. Quando è morta, il 28 gennaio di quest’anno, aveva 55 anni e il corpo era ridotto a un lumicino  : pesava poco più di 15/20 chili, capelli lunghi quasi fino ai piedi, piaghe da decubito, nessuna forza fisica, non riusciva a emettere un suono. Al Policlinico San Matteo di Pavia medici e infermiere gentili hanno cercato di restituirle una specie di dignità tagliandole capelli e unghie, ma non è stato possibile salvarle la vita. Se n’è andata in silenzio. Senza accusare, spiegare, raccontare.  Aveva una casa Laura e un compagno, Antonio,  un uomo di sessant’anni,  con cui viveva da almeno due decenni, un complice forse del suo malessere o un aguzzino che l’ha fatta prigioniera,  piegata al suo volere, fatta schiava, difficile a dirsi. Da almeno tre anni viveva come una reclusa. Antonio andava al lavoro, faceva il portiere notturno  e poi tornava a casa, serrande abbassate, nessun altro contatto con l’esterno, non un cellulare, non il televisore. Dall’estate scorsa, pare,  aveva smesso di lavorare, si dedicava esclusivamente a lei. Almeno così avrebbe detto agli inquirenti. La nutriva con passato di verdura, teneva la casa in ordine, dormiva nello stesso letto della donna, trovato in condizioni di sporcizia e abbandono totale dai volontari della Croce Rossa che sono entrati in casa.  Ora dovrà rispondere, davanti alla giustizia, di numerose accuse che vanno dall’abbandono di incapace, al sequestro di persona, alle lesioni gravissime, forse anche di omicidio. E’ nel carcere di Torre del Lago e per lui potrebbe essere richiesta una perizia psichiatrica.

E’ nato prima l’uovo o la gallina? E’ stato lui a ridurla così o ha semplicemente cercato di starle accanto, pensando di poter domare la malattia mentale, senza rendersi conto di quello che stava accadendo? Saranno le indagini in corso a stabilirlo. Di certo Antonio come Laura Carla avevano un male in comune che li rendeva quasi simbiotici.  Solo l’ultimo giorno si è reso conto che non poteva farcela da solo. Intorno alle sei del mattino ha chiesto aiuto, chiamato l’ambulanza, lei non si muoveva più.  Altre testimonianze rimbalzano dai giornali.  Il fratello della vittima, Roberto, ricorda che tre anni fa cercò d’intervenire, che aveva segnalato il caso ai servizi sociali, ma la procedura non vide mai la luce. Il convivente non voleva, assicurava che  si sarebbe preso cura lui della donna. Fu l’ultima volta che Roberto vide Laura Carla. “ Faticava a muoversi e a parlare- avrebbe detto al magistrato che ha voluto ascoltarlo – ma non voleva farsi curare.” L’altra sorella, Antonella, aveva smesso ogni frequentazione dal 2001.   La malattia mentale allontana non solo i vicini, ma anche i familiari. Laura Carla era sola con il suo compagno che forse si vergognava di quel male sconosciuto, forse pensava davvero di poterla salvare da solo, forse voleva solo nasconderla al mondo. “Dietro la parete” rimangono le sue urla, disperate, quelle urla che tutti hanno sentito risuonare nel palazzo, girandosi dall’altra parte. Se provassimo ogni tanto a sentire le grida d’aiuto, anche correndo il rischio di fraintendere , prendendoci la responsabilità comunque vada,  faremmo di sicuro un passo avanti nella lotta contro la violenza alle donne e ai più deboli. Facciamo che Laura Carla non sia morta invano.

 

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