“LASCIA STARE LA MIA MAMMA”

Stella Maggi ci ha inviato la recensione di un interessante romanzo “Storie sui fili” che tratta il tema della violenza assistita.

…“Lascia stare la mia mamma!” Mi rialzo e lo guardo coi denti stretti. Nelle sue guance grasse, spuntano delle goccioline rosse. Si volta ed esce dalla cucina. La mamma gli corre dietro. Oggi sono un gatto con le unghie sporche…” Basta una frase e già capisci tutto : la passione e la rabbia di una bambina, il dramma di una casa dove liti, percosse, parole cattive si alternano a pacificazioni improvvise e a sentimenti contrastanti. Da una parte loro due, madre e figlia, dall’altra lui, il Vigliacco che non è il vero padre della ragazzina e che diventa giorno dopo giorno un nemico da fronteggiare . Una vicenda intima, come forse se ne vivono tante nel silenzio delle case e che racconta con amore nel suo ultimo libro “Storie sui fili” (Image Edizioni) la giornalista Carla Baroncelli. E sono numerosi i fili della ragnatela che avvolgono la mamma e la piccola, legate dal sottile cordone ombelicale che rimane vivo per molti anni dopo la nascita. Il libro, stampato per il momento in sole 500 copie, ha il grande merito di affrontare il tema della  violenza domestica vista attraverso gli occhi di una bambina che, pagina dopo pagina, si scopre molto più lucida di sua madre. E’ lei che capisce, d’istinto, il rapporto malato tra i genitori e che cerca di proteggere la donna, di aiutarla, di farsi piccola per non farla soffrire ulteriormente. E’ sempre lei che va dai carabinieri a denunciare il Vigliacco, ma non può fare nulla perché non ha l’età. Il crescendo coinvolge emotivamente il lettore che vive di riflesso la doppia violenza: quella nei confronti dell’adulta e quella che subisce la piccola, agita inconsapevolmente e drammaticamente dall’aggressore e dalla sua vittima. La chiamiamo “violenza assistita” e non ne parliamo mai abbastanza, del resto , come scrive nell’introduzione lo psichiatra Luigi Cancrini, “per la legge non è considerata reato”, tranne i rari casi di processi penali in cui viene considerata un’aggravante. La subiscono i minori nelle famiglie dove i papà picchiano le mamme e a volte anche i figli, ma è anche quella fatta “di parole e di silenzi, di tradimenti e di disprezzo dell’uno verso l’altro” nei casi di separazioni conflittuali quando i genitori chiedono, in modo più o meno palese, di schierarsi o di destreggiarsi per non ferire né l’uno né l’altra. “Faremo un grande passo in avanti- conclude l’accademico – verso un’umanità migliore” quando questo problema si capirà nella sua essenza e quando la consapevolezza spingerà gli adulti e gli operatori a proteggere il bambino dall’abuso che subisce.

Chi ha vissuto questa violenza nascosta crescendo ritroverà il problema. “ Tenderà a ripetere i comportamenti subiti in casa, ad aggredire gli altri- ci spiega Carla Baroncelli – oppure la farà sua, la riproporrà verso di sé, parlo dei depressi, dei suicidi, di chi è incapace di vivere, ma anche di chi soffre di disturbi alimentari o fa abuso di sostanze, oppure  da adulto troverà il modo di reagire, di trasformarla, farla diventare una cosa positiva: cercherà di tirarla fuori con l’arte, scrivendo.”  La tira fuori in modo imprevedibile la protagonista del libro, cinquantasei anni dopo l’ultimo incontro con il Vigliacco quando lo vede per caso in strada e inizia a gridare con forza. E’ l’incipit della storia: “Ancora non hai dimenticato? le chiede la Vecchia Signora (che è poi la bambina cresciuta n.d.r) ” e lei, la piccola, risponde che no, che non c’è riuscita “Vedi questi fili? Mi hanno catturato l’infanzia. Mi hanno impedito di crescere, dopo 56 anni sono ancora bambina. In questi grovigli sono incisi la rabbia, la paura, l’impotenza. La verità che non ho mai avuto il coraggio di dire…” E per guarire deve rivivere, raccontare, lasciar volare via i ricordi.

E’ un pugno nello stomaco questo libro nato per caso dalle fotografie che la Baroncelli ha scattato negli anni alle ragnatele e che corredano il testo, ma è anche il frutto dell’elaborazione di un episodio di vita vissuta. Oltre al patrocinio dell’Unicef, del comune di Ravenna e del Garante per l’Infanzia, fa parte di un progetto realizzato con un micro credito concesso per due anni e  portato avanti in collaborazione con l’associazione “Linea Rosa” di Ravenna. “Con loro e con operatori sociali e una psicologa che lavora sul trauma – ci dice l’autrice – andiamo nelle scuole, nei licei, proponiamo laboratori di teatro, cerchiamo di sensibilizzare i più giovani, di farli parlare, capire se vivono questo problema, aiutarli a parlarne.” Perché non si ripeta, perché i bambini vivano un’infanzia serena e diventino adulti altrettanto sereni.  Il ricavato della vendita andrà alle associazioni per attività d’intervento destinate a donne e a minori. A noi il compito non facile di capire, elaborare, non ripetere e nei limiti del possibile prevenire. Perché il problema ci riguarda. Tutte e tutti.

Stella Maggi

“Mi fanno male anche i capelli”

“Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti. È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la
testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca.
Cammino…”

Vengono i brividi ad ascoltare queste parole. Soprattutto a una donna. Sono di Franca Rame- le avrete forse ricordate – le scriveva nel 1975. Un monologo che ha raccontato a un’Italia ancora inconsapevole come ci si senta dopo uno stupro. Più o meno nello stesso periodo il famoso documentario “Processo per stupro” di Loredana Rotondo dimostrava, a quella stessa Italia, come una vittima di violenza potesse trasformarsi rapidamente in imputato per le domande a cui era sottoposta. Una seconda violenza, dunque. Quasi quaranta anni dopo molte cose sono cambiate , la consapevolezza forse è più diffusa, ma per denunciare uno stupro dobbiamo tornare ancora a quelle parole, a quella rabbia, a quel dolore descritti da Franca Rame. Sono sempre gli stessi. E gli episodi si ripetono. Basta dare un’occhiata ai quotidiani degli ultimi mesi. “Studentessa francese violentata in treno, davanti agli altri passeggeri”.

E’ accaduto la notte tra il 4 e il 5 febbraio sulla linea che va da Parigi a Melun. “Universitaria stuprata dopo la festa da un amico”, accade a Rende, in provincia di Cosenza, sempre a febbraio e ancora , nel riminese, l’agghiacciante storia di una ragazzina violentata per otto anni dai fratelli, senza che nessuno, nemmeno la madre,
credesse alle sue parole. Per non parlare della tredicenne di Torino, abusata dai compagni di classe che la minacciavano di divulgare le foto scattate durante le violenze. Nel resto del mondo succede di peggio. In India, per esempio, lo stupro equivale quasi a una condanna a morte. E in Italia le trentacinque coltellate sferrate, secondo l’accusa, da Salvatore Parolisi alla moglie Melania non valgono in aula l’aggravante della crudeltà.

Così si spiega la presa di posizione di Telefono Rosa che ha deciso di costituirsi parte civile, insieme al Campidoglio, nel processo contro Simone Borgese, reo confesso dello stupro di una tassista a Roma. L’associazione lo aveva già fatto per altri casi, tornerà in aula per tutelare questa donna, vigilare sulla sentenza, proteggerla dal clamore che il caso ha sollevato e aiutarla ad affrontare il suo dolore, tutto personale.
L’episodio riportato sulle prime pagine dei quotidiani e da tutti i telegiornali, a maggio, ha sollevato il problema sicurezza delle donne che lavorano a contatto con il pubblico, è diventato una specie di simbolo. Non si può pensare di subire una violenza sul posto di lavoro, così come non si dovrebbe morire in un cantiere.

Abbiamo scoperto leggendo le testimonianze di numerose tassiste come siano esposte a rischi continui, di come debbano stare attente quando i clienti chiedono di essere accompagnati in strade quasi isolate, magari facendo discorsi al limite dell’accettabile. Si è parlato di rimedi possibili, dalla barriera divisoria tra tassista e
cliente, come nelle auto gialle di New York per esempio, a un registro pubblico con nomi, foto e dati degli stupratori: un’ipotesi questa avanzata con una petizione on line dalle colleghe della donna abusata, sotto il titolo di “Preferenziale rosa”. Sarebbe uno strumento utile per tutte, dicono, anche per chi non lavora a contatto con il pubblico.
La vergogna non può essere solo di chi ha subito violenza. E Borgese forse aveva già tentato altre violenze, sarebbe stato riconosciuto. Anche sull’ipotesi di un registro degli stupratori però ci sono state polemiche e prese di posizione.
Ma poi, viene da pensare, alla fine le parole non bastano e nemmeno i registri, non si può girare con il kit di fotografie in tasca, anche se la gogna mediatica potrebbe in qualche modo servire come freno. La violenza, lo stupro non sono un problema di sola sicurezza, di chi lavora a contatto con il pubblico, ma un problema di tutte le donne: pensiamo alle studentesse, a chi è ferma da sola a una fermata dell’autobus, in una zona isolata, a chi accetta un passaggio a casa da un amico, a chi viene stordita da qualche droga in discoteca. Occorre prevenire, insegnare, spiegare. Cambiare mentalità. Far capire anche agli uomini, agli adolescenti che uno stupro lascia il segno, è per sempre.

“Mi fanno male anche i capelli”…Non c’è violenza più grande

Stella Maggi

LETTERA AI GENITORI DI UN BULLO

Carissimi mamma e papà di un bullo,

lo so che è difficile e soprattutto che non chiamereste mai così vostro figlio, lui no. Lui è un bravo ragazzo anche se ama scherzare. “Bullo” è un termine che hanno inventato gli studiosi per identificare i ragazzi e le ragazze con comportamenti violenti e prepotenti nei confronti dei loro coetanei, spesso a scuola. I giornalisti ci ricamano sopra, sanno che il fenomeno cattura l’attenzione specie ora con la diffusione dei video su internet. La cronaca nera attira lettori e telespettatori, li conquista, la gente ama parlare di eventi che mettono paura e che permettono di ergersi a giudici dei comportamenti altrui. Quanti arbitri ci sono in Italia? Quanti giudizi si formulano al bar prendendo un caffè?  Siamo così bravi a parlare, a mettere etichette. Bullo, vostro figlio proprio no. Quel bambino che avete cresciuto con tutto l’amore del mondo, che vi ha sempre riempito d’orgoglio per la sua forza e le sue capacità, così studioso e vincente non può certo essere un bullo.  Ammetterlo, per voi, sarebbe un fallimento, per lui una rovina, si rischia persino di perdere l’anno scolastico per una bravata finita sulle prime pagine dei giornali, un episodio di cui ha parlato anche Luciana Littizzetto nei suoi proclami televisivi. Come ha detto la comica? “Ma come si fa a non punirli? Ma certo che bisogna punirli. E lo dico da mamma di un figlio adolescente che non è uno stinco di santo. Non escludo che un giorno me lo mandino a casa, ma invece di difenderlo io gli do il resto. Non capisco i genitori”

Facile a dirsi vero? Voi invece li capite i genitori, anche io devo ammetterlo.  Come in quel caso che ha coinvolto un liceo scientifico di Cuneo. Lo ricordate, per caso?  Una gita scolastica a Roma, una scolaresca come tante. Accade una sera. In quattordici, tra ragazzi e ragazze, di età che oscilla tra i 15 e i 16 anni, prendono di mira un compagno.  Lo spogliano, lo depilano nelle zone intime, lo addobbano con le caramelle, i marshmallow, lo bruciano con un accendino e alla fine  – come è ormai tradizione delle malefatte giovanili – filmano tutto con il cellulare della vittima. Un trofeo. E’ dal video, più di uno in realtà, che la vicenda diventa di dominio pubblico quanto tornano a scuola. Partono le indagini interne della preside che ascolta i ragazzi, convoca i genitori e decide una punizione esemplare : quattro in condotta e da cinque a quindici giorni di sospensione, secondo i casi. Il che vuol dire perdere l’anno scolastico. La storia è diventata pubblica, uno dei genitori annuncia che farà ricorso contro il provvedimento, parla di una decisione presa per salvaguardare l’istituto,  (dove erano gli insegnanti che avrebbero dovuto vigilare sui ragazzi che erano stati loro affidati? ) altri si rivolgono al quotidiano “La Stampa” per giustificare gli studenti. Minimizzano, parlano di uno scherzo pesante. Non c’è mai stato bullismo dicono.  Una donna si fa portavoce del gruppo: “Parlo a nome di molte delle mamme, anche se non ho figli al liceo. State raccontando un caso che non esiste. Se c’è qualcosa di grave è che abbiano sospeso quattordici studenti e dato il quattro in condotta a tutti. Non li fanno neppure accedere ai programmi per prepararsi a casa. Significa condannarli ad essere bocciati, a perdere un anno di scuola. Una rovina per molti. Anche in termini economici, con quello che costa oggi frequentare un liceo”.  Replicano i genitori della vittima : “ Chi dice che è uno scherzo non sa nulla. Ci sono tre video: sono filmati terribili che un genitore non dovrebbe vedere mai. E c’è un referto medico sulle bruciature sulla gamba destra di mio figlio, oltre alle foto fatte dal professore quando ha visto quelle scritte e quelle bruciature sul suo corpo. Ma le scuse che non sono venute dagli altri genitori e dai ragazzi sono quello che fa più male.”

E il dibattito infuria. Alla preside arrivano e-mail di sostegno da tutt’Italia, plaudono alla sua decisione, uno dei ragazzi cambierà scuola, si cercano strumenti didattici per andare avanti. Il caso divide l’opinione pubblica, entrano in campo gli esperti. Una domanda su tutto :  “E’ più importante salvare un anno di scuola o educare i propri figli?” E qui il problema assume mille sfaccettature. Ricorda un romanzo di Herman Kock dal titolo “La cena”. Nel libro s’incontrano i genitori di due ragazzi che hanno ucciso, quasi per gioco, un barbone. Dovrebbero denunciarli o tentare di salvarli? Le posizioni delle famiglie sono diverse, oscillano tra la condanna e il perdono, tra il senso etico e la voglia di difendere i due ad ogni costo.  Ammettiamolo, almeno tra di noi. Ogni mamma e ogni papà farebbero qualsiasi cosa per un figlio. Ci sono quelli che di fronte a uno stupro evidente continuano a gettare la colpa sulla vittima, ci sono quelli che non riescono a perdonare al proprio bambino di aver agito così. Si antepone ciò che si considera la salvezza del ragazzo, in termini di consenso sociale al giudizio etico, alla punizione, dimenticando che sarebbe questo l’unico modo di aiutare veramente il giovane a crescere e a cambiare. E questo forse diventa il cuore della vicenda.  L’incapacità contemporanea di educare. Qualche decennio fa i genitori si sarebbero vergognati di avere un figlio bullo, lo avrebbero chiuso in casa per punizione, si sarebbero schierati dalla parte dei professori. Oggi invece il ragazzo viene considerato “esente da colpe”, libero di agire, coccolato e protetto da ogni qualsivoglia punizione o assunzione di responsabilità. Anche da questo nascono e prolificano i bulli, liberi di picchiare, di urinare persino sul più debole, di sentirsi invincibili, protetti da famiglie dove il bene materiale è assoluto. Vale più un anno di scuola dell’educazione, insomma.

Cari genitori, la gente parla bene quando non è coinvolta in prima persona. Però provate a mettervi nei panni del papà e della mamma dell’altro, della vittima: come vi sareste sentiti?  Cosa avreste pensato?  Vi giro la domanda, con affetto. Volevo anche ricordarvi che, secondo i dati, un ragazzo su tre in Italia è vittima di bullismo. Volevo farvi sapere che non siete soli, che non siete sbagliati, che non avete educato un mostro, ma che anche voi potete cambiare e crescere. Potete prendere per mano vostro figlio e spiegargli come ci si comporta, accompagnarlo a chiedere scusa all’altro ragazzo, ricominciare, sapendo che anche lui, il vostro bambino, probabilmente ha ancora molta strada da fare per crescere. Che è una vittima a sua volta. Ma che non diventerà mai una persona se non impara a rispettare gli altri

 

Stella Maggi

 

DIETRO LA PARETE

di Stella Maggi

 

“Sentivo le urla dall’appartamento vicino al mio, urla di donna, disperate. Non riuscivo a capire cosa stesse avvenendo. Le nostre pareti sono vicine, le camere da letto confinano, arriva tutto.  Ne parlai alla riunione di condominio, volevo un consiglio, magari denunciare la vicenda, ma l’amministratore e gli altri mi dissero che era meglio tacere, che potevo prendermi una querela per calunnia se avessi detto qualcosa.” L’uomo si racconta durante un programma televisivo, al telefono. Spiega di essere non vedente, di aver convissuto per anni, almeno tre, con quei lamenti. Deve essere stato difficile da sopportare.  Lamenti di giorno e di notte, quando la donna rifiutava di dormire con il suo compagno, urlando un secco “no”. E poi le offese, da parte di lui: “Non vedi come ti sei ridotta? Alzati, lavati … ” e altre cose del genere. Solo una volta spiega, cercò di parlare con quel vicino, sentendolo uscire di casa e percepì i passi di lei che si avvicinava a loro. Poi la porta si chiuse. Più niente. Negli ultimi mesi i lamenti e le urla si erano affievoliti. Non li sentiva quasi. Ora un senso di colpa gentile lo accompagna,  ora che sa cosa è accaduto davvero, ora che Laura Carla è morta e nessuno può più aiutare la coppia. “Tra moglie e marito- dice un vecchio proverbio- non mettere il dito”. Lui non ha osato intervenire.   Altri condomini di quel palazzo in via Tasso, a Pavia, hanno raccontato ai giornali di aver sentito la donna urlare, sapevano che in casa c’era una persona malata, ricordano almeno un paio d’interventi di polizia e carabinieri, in passato, probabilmente quando la situazione non era ancora così grave. Senza alcun esito.  E nessuno ha mai pensato di parlare, di denunciare, di andare a vedere cosa accadeva in quell’abitazione.  Tre anni, almeno, d’indifferenza e silenzi.

Testimonianze e racconti che richiamano alla mente “Dietro la parete”  la canzone portata al successo all’inizio degli anni Ottanta da Tracy Chapman : “L’altra notte ho sentito urlare/Voci che gridavano dietro la parete/Un’altra notte insonne per me/Non servirebbe a nulla chiamare/ La polizia/ Arrivano sempre tardi/ Sempre che arrivino.”  Urla che si ripetono fino al drammatico epilogo, l’arrivo di un’ambulanza. Nella canzone, quasi un lamento, la denuncia secca della violenza familiare e di un femminicidio che si nutrono della complicità silenziosa dei vicini, della sfiducia nella polizia e nel poter fare qualcosa, una cosa qualsiasi per interrompere quell’orrore.  Nessuno di quel condominio che descrive la Chapman può dirsi innocente,  come nessuno del condominio in cui viveva Laura Carla scorderà la sua storia, si sentirà del tutto estraneo alla vicenda anche se, probabilmente,  in questo caso, non stiamo parlando di un femminicidio . Eppure la storia di Laura Carla è una storia che ci riguarda da vicino.  Quante volte davanti a urla nel condomino, litigi in strada, rumori sospetti giriamo la faccia dall’altra parte, pensando che non è nulla, che non dobbiamo impiccarci, che magari non sta accadendo nulla di strano? Eppure basterebbe spesso una parola, una presa di posizione per cambiare il senso della storia, per salvare una donna o un bambino,  specie ora che le forze dell’ordine cominciano a prendere realmente coscienza del problema della violenza domestica. Una rete di protezione intorno alla vittima che arriva da chi percepisce il pericolo, qualcosa che non va, siano essi familiari, amici, vicini, semplici conoscenti.  “ «Ptàkh pìkha le illèm»: apri la tua bocca per il muto (Proverbi/Moshlé 31,8)”  ha scritto Erri De Luca nel libro “La parola contraria”, uscito pochi giorni fa e che racconta la sua vicenda giudiziaria per aver preso posizione sulla questione No Tav.

Nessuno ha parlato, nessuno ha rotto il muro di omertà intorno a Laura Carla. Quando è morta, il 28 gennaio di quest’anno, aveva 55 anni e il corpo era ridotto a un lumicino  : pesava poco più di 15/20 chili, capelli lunghi quasi fino ai piedi, piaghe da decubito, nessuna forza fisica, non riusciva a emettere un suono. Al Policlinico San Matteo di Pavia medici e infermiere gentili hanno cercato di restituirle una specie di dignità tagliandole capelli e unghie, ma non è stato possibile salvarle la vita. Se n’è andata in silenzio. Senza accusare, spiegare, raccontare.  Aveva una casa Laura e un compagno, Antonio,  un uomo di sessant’anni,  con cui viveva da almeno due decenni, un complice forse del suo malessere o un aguzzino che l’ha fatta prigioniera,  piegata al suo volere, fatta schiava, difficile a dirsi. Da almeno tre anni viveva come una reclusa. Antonio andava al lavoro, faceva il portiere notturno  e poi tornava a casa, serrande abbassate, nessun altro contatto con l’esterno, non un cellulare, non il televisore. Dall’estate scorsa, pare,  aveva smesso di lavorare, si dedicava esclusivamente a lei. Almeno così avrebbe detto agli inquirenti. La nutriva con passato di verdura, teneva la casa in ordine, dormiva nello stesso letto della donna, trovato in condizioni di sporcizia e abbandono totale dai volontari della Croce Rossa che sono entrati in casa.  Ora dovrà rispondere, davanti alla giustizia, di numerose accuse che vanno dall’abbandono di incapace, al sequestro di persona, alle lesioni gravissime, forse anche di omicidio. E’ nel carcere di Torre del Lago e per lui potrebbe essere richiesta una perizia psichiatrica.

E’ nato prima l’uovo o la gallina? E’ stato lui a ridurla così o ha semplicemente cercato di starle accanto, pensando di poter domare la malattia mentale, senza rendersi conto di quello che stava accadendo? Saranno le indagini in corso a stabilirlo. Di certo Antonio come Laura Carla avevano un male in comune che li rendeva quasi simbiotici.  Solo l’ultimo giorno si è reso conto che non poteva farcela da solo. Intorno alle sei del mattino ha chiesto aiuto, chiamato l’ambulanza, lei non si muoveva più.  Altre testimonianze rimbalzano dai giornali.  Il fratello della vittima, Roberto, ricorda che tre anni fa cercò d’intervenire, che aveva segnalato il caso ai servizi sociali, ma la procedura non vide mai la luce. Il convivente non voleva, assicurava che  si sarebbe preso cura lui della donna. Fu l’ultima volta che Roberto vide Laura Carla. “ Faticava a muoversi e a parlare- avrebbe detto al magistrato che ha voluto ascoltarlo – ma non voleva farsi curare.” L’altra sorella, Antonella, aveva smesso ogni frequentazione dal 2001.   La malattia mentale allontana non solo i vicini, ma anche i familiari. Laura Carla era sola con il suo compagno che forse si vergognava di quel male sconosciuto, forse pensava davvero di poterla salvare da solo, forse voleva solo nasconderla al mondo. “Dietro la parete” rimangono le sue urla, disperate, quelle urla che tutti hanno sentito risuonare nel palazzo, girandosi dall’altra parte. Se provassimo ogni tanto a sentire le grida d’aiuto, anche correndo il rischio di fraintendere , prendendoci la responsabilità comunque vada,  faremmo di sicuro un passo avanti nella lotta contro la violenza alle donne e ai più deboli. Facciamo che Laura Carla non sia morta invano.

 

GRETA, VANESSA E IL BEL PAESE

Chiede scusa all’Italia Greta con l’aria smarrita, clamore, flash, telecamere e voci ovunque, dopo quasi sei mesi di prigionia. “Non ha nulla di cui scusarsi” rilancia il padre di Vanessa,  discreto ma deciso e abbassa il sipario su una storia che ora torna a essere familiare, di ricongiungimento, di un nuovo inizio. Ma non sarà facile. Come al solito il Bel paese mostra il meglio di sé e si divide in polemiche infinite, anche di pessimo gusto, tra chi gioisce per il ritorno a casa delle ragazze e chi cerca pretesti, con finalità politiche, alimentando tensioni su un presunto riscatto e sulla loro presunta incoscienza, in extrema ratio sul loro essere donne, giovani e belle, dal volto pulito. Greta e Vanessa hanno 20 e 21 anni, sono studentesse e arrivano da Brembate e Verdello, piccoli paesi dell’hinterland lombardo e invece di andare a ballare, invece di cercare un lavoro come commesse o un marito da cui farsi mantenere, hanno seguito un sogno umanitario. Volevano portare viveri e aiuto a bambini deprivati di tutto, schiacciati da un conflitto che in Siria va avanti da più di tre anni e che non genera nel nostro paese lo stesso dibattito che hanno scatenato le due volontarie andando controcorrente. Hanno dato vita a un progetto “ Assistenza sanitaria in Siria. Horryaty”,  con un uomo più adulto, sono partite per portare amore e cibo, non armi come ora qualcuno rilancia ostinatamente per alimentare ulteriore tensione. Il giorno in cui sono state rapite non erano alla loro prima missione.  Tutti intervengono sul caso, persino Amnesty International, la grande associazione che si batte per i diritti umani, ricorda che per aiutare davvero bisogna avere le spalle coperte, che il volontariato non s’improvvisa, servono professionalità e organizzazione. Per non parlare della ridda di voci sui social network e delle accuse, più o meno velate alle due che culminano come sempre con quel “se la sono cercata. Non si fa.”

Non si cerca di cambiare il mondo insomma, Greta e Vanessa – dovevate saperlo -anche se avete proprio quella meravigliosa età in cui si pensa che tutto è possibile e che le crociate si possono fare, armate solo di buona volontà. Qualche volta si vince, lo sanno i ragazzi del ’68 e quelli del ’77, che si sono impegnati per modificare regole che sembravano monoliti. Lo sanno le donne che hanno portato avanti il femminismo, i preti operai, i missionari, i volontari di tante associazioni religiose e laiche, tutti coloro che s’impegnano per qualcosa. E che, in questi passaggi rischiano sempre la vita come le tre suore missionari italiane uccise a settembre in Burundi. Un rischio che forse nemmeno pensavano di correre, alla loro età, amate dalla gente che stavano cercando di aiutare. Lo ha imparato a sue spese Pippa Bacca che girava il mondo vestita con un abito lungo bianco, attraversando in autostop undici paesi in guerra per portare avanti la sua proposta di pace.  La performance “Spose in viaggio” finì tragicamente,  Pippa venne violentata e uccisa dall’uomo che le aveva dato un passaggio a Gebze, il 31 marzo del 2008.  Aveva 33 anni ed era un’artista, la sua morte scosse l’opinione pubblica in Italia e in Turchia. Ma portava nel suo abito un’idea di pace e amore. Più lontano nel tempo, siamo al 2003, fu un’attivista americana, Rachel Corrie, a perdere la vita dietro a un altro sogno a soli 23 anni. Stava cercando di impedire, insieme ad altri ragazzi, la demolizione di alcune casa a Rafah, lungo la striscia di Gaza. Fu travolta da un bulldozer.  Il processo stabilì che si era messa da sola in una situazione di pericolo, la sua morte era il risultato di un incidente che lei stessa aveva creato e soprattutto il conducente del mezzo non l’aveva vista. Ma il suo nome è diventato una bandiera.  Perché il mondo si cambia poco per volta,  cercando le soluzioni in gesti concreti, anche piccoli ma significativi. E’ questo ora che non vi si perdona, care ragazze, il fatto di aver cercato di realizzare un sogno, di essere vive, di avere ideali, di impegnarvi davvero e non lasciarvi vivere, come fanno la maggior parte delle persone che oggi vi criticano, comodamente sedute a casa. In tempi di emozioni e sentimenti liquidi, in tempi in cui gli ideali non esistono più, quei vostri 20 anni dispettosi sono uno pugno diretto a chi non ha nulla da proporre. “Il senso della loro storia è in quel loro impegno, andare ad aiutare gli altri in un luogo pericoloso del mondo è la cosa più straordinaria che ognuno di noi possa fare” dice il giornalista Domenico Quirico, passato attraverso l’esperienza del rapimento solo perché era un giornalista. Cinque mesi, anche lui, in Siria.  A lui nessuno ha detto  che se l’è cercata, come non è stato detto ai tanti giornalisti uccisi, decapitati, massacrati nei paesi in guerra. Molti erano free lance, come Austin Tice del quale non si hanno più notizie da quasi tre anni.

Quanto al riscatto, che sia stato pagato o meno, è un problema che non riguarda le due ragazze. Loro non hanno chiesto nulla. Questo è un discorso politico che riguarda il paese . Ma non possiamo non chiederci : sarebbe stato diverso se fossero state due uomini? Ci sarebbe stato uno sguardo meno critico, un pregiudizio meno forte? Le donne certe cose non le fanno, sono più esposte a violenze e ricatti, a stupri, sanno difendersi meno. Dovrebbero restare a casa, in patria, “il volontariato – dicono molti- si può fare anche in Italia.” Difficile, dunque, ancora una volta, strappare dalla pelle italica il maschilismo di fondo, impietoso e strisciante, di chi pensa che essere donne, giovani donne, sia un limite. Una volta tornate a casa Greta e Vanessa sono diventate dei bersagli da colpire, condannare, accusare. Dovevano forse morire ? Allora sì, sarebbero state delle eroine.  Ma non è questo di cui abbiamo bisogno. “ Non tornerò in Siria – ha detto Greta – ma loro devono essere aiutati, la situazione lì è insostenibile.” Nessuno che l’abbia ascoltata. Almeno per il momento

Stella Maggi

PRESUNTO TENTATIVO DI UXORICIDIO

Scritto da Stella Maggi

Siamo ancora qui, per l’ennesima volta, a chiedere al Primo Ministro Matteo Renzi di provvedere a nominare una guida politica che sia a capo del Dipartimento per le Pari Opportunità.
Ci sentiamo da lui ignorate in ogni nostro appello e soprattutto non considerate né come rappresentanti della parte più debole della società né come cittadini/e.
Cronache dal Centro Tina

Servono l’empatia e la capacità di ascoltare, la voglia di aiutare e un certo spirito di servizio. “Prima di giudicare un uomo ( o una donna, n.d.r. ) cammina per tre lune nelle sue scarpe”, dice un proverbio degli indiani d’America. Nel Centro per donne violentate e perseguitate da mariti che si ritengono i padroni – per convenzione lo chiameremo Tina – queste piccole norme sono basilari, ma per andare avanti servono anche la collaborazione continua con i servizi sociali e le forze dell’ordine, che lavorano a stretto contatto di gomito con loro. Mancano i contributi, anche minimi, tutto il volontariato del mondo non può andare avanti senza possibilità economiche e anche nuove strutture, nuove case che aiutino le persone in difficoltà a rinascere e a sottrarsi ai loro compagni violenti.
Le storie di Lia ed Elena (nomi inventati per proteggere la loro privacy) raccontano benissimo le difficoltà che vive una donna che vuole lasciare il marito e anche quelle delle operatrici del Centro per proteggerle. Accade tutto in questo agosto 2014, temperature non certo da estate torrida, un mese comunque segnato da orrendi femminicidi e da delitti contro i figli per colpire le madri. Due bambine morte, una in fin di vita, una donna decapitata , le altre uccise in vario modo. Non c’è molto da rallegrarsi, la storia delle donne continua a essere segnata di sangue. E così Lia che ha due bambini di tre e cinque anni e che da sempre subisce violenza fisica e psicologica dal marito decide di chiedere aiuto ai servizi sociali che la accompagnano al Centro Tina. Per lei e per i piccoli si trova immediatamente ospitalità. C’è un posto libero. Non accade tutte le volte, dipende dalla complessità del caso e anche da un pizzico di fortuna. Al primo incontro con la psicologa Lia racconta, tra un mare di lacrime, la sua vita, le violenze sessuali subite dal marito ancor prima del matrimonio, quelle fisiche, le percosse e le umiliazioni inferte anche ai bambini che non hanno mai conosciuto una famiglia serena. Le due donne trovano un punto di contatto, decidono un cammino graduale, giorno dopo giorno, i piccoli vengono assistiti e coccolati dalle altre ospiti del Centro. Due giorni dopo accade qualcosa. Arriva alla struttura un’altra giovane, una ragazza di 22 anni, accompagnata dalle operatrici di una vicina Casa di ospitalità. Denuncia una storia incredibile di abusi da parte del padre e dei fratelli, cade spesso in contraddizione. La direttrice del Centro si riserva di accoglierla se e quando ci sarà un posto libero, ma non riesce a credere in pieno al suo sfogo. E purtroppo ha ragione. Si tratta della sorellastra del marito di Lia che l’ha subito riconosciuta ed è terrorizzata. Si scopre così che l’uomo la sta cercando in tutti i centri della zona, che minaccia le operatrici, che è letteralmente uscito di senno. Lia viene spostata, in segretezza e nel giro di un’ora, in un’altra casa. Possiamo immaginare la sua paura e il trauma dei bambini che in pochi giorni hanno lasciato la loro abitazione, cambiando poi due volte stanza, persone vicine e situazione. Ma non finisce qui. Nel nuovo Centro, durante la notte, intorno alle due, qualcuno inizia a suonare al citofono con rabbia e foga. Le operatrici non sono in grado di capire se si tratti di uomini o donne ma avvertono i carabinieri che, intervenuti repentinamente, mettono in fuga le persone. Lasciano in terra qualcosa. Il giorno dopo i militari consigliano di allontanare la donna dalla regione e da quel Centro, cosa che avviene in gran fretta. Ora Lia è in struttura protetta, lontano da casa, costretta per un periodo, nessuno può sapere quanto, a vivere nascosta e ad aver paura della sua ombra. Non ha commesso nessuna colpa. Deve pagare per il male altrui. Chissà quando potrà dirsi fuori pericolo.
La storia di Elena, ventidue anni e un bambino di pochi mesi, è molto simile. Quando arriva al Centro Tina ha dei segni di violenza sul viso e sulla testa: è l’ultimo regalo del marito che l’ha cacciata di casa dopo averla picchiata. La donna viene accompagnata da alcuni conoscenti preoccupati. Non ha parenti se non il suo compagno e il bambino. La direttrice della struttura la fa portare al Pronto Soccorso dove viene medicata. La prognosi è di dieci giorni, scatta la denuncia di violenza contro l’uomo che l’ha ridotta in quel modo. I carabinieri -che evidentemente già conoscono la situazione – consigliano di trovare per lei un altro Centro, quello è troppo vicino alla sua abitazione. Il marito, nel frattempo, denuncia la scomparsa di Elena e del bambino. La giovane viene immediatamente trasferita in un’altra struttura, ma si dispera e piange, sembra inconsolabile, è allo sbando. Ha perso la fiducia e la sicurezza in se stessa e nell’uomo che credeva la amasse, ha un bambino che non sa come nutrire e proteggere, si sente come una canna al vento. Le psicologhe e le operatrici le sono vicine, dovranno ricucire con lei un rapporto, darle nuove speranze, aiutarla a riscoprire la vita e a trovare un lavoro. E’ così giovane, potrà farcela, scavando anche dentro di sé, trovando le risposte, diventando forte ed autonoma.
Due storie emblematiche in appena dieci giorni e solo al Centro Tina. Due storie che potevano finire malissimo. Lia ed Elena potevano essere uccise dall’uomo che le ha sposate, promettendo amore e sostegno. E’ già successo in questo 2014 a 156 donne. Non deve succedere più, pensiamo e speriamo. Ma sappiamo che accadrà ancora e ancora. Fino a che non ci sarà una vera rivoluzione culturale, un moto di reazione collettivo. Per questo i Centri vanno potenziati, per questo le donne vanno protette e con loro i bambini. Il domani di questi piccoli deve essere diverso. Hanno il diritto di giocare e vivere sereni e sapere che le loro mamme non piangono e non vengono picchiate.

Nel terzo millennio, in un Paese che si considera civile come il nostro, non è una richiesta assurda.

UNIONI CIVILI

Scritto da Stella Maggi

Il “Telefono Rosa” ritiene che tra le gravi mancanze di questo paese, vi sia una legge sulle unioni civili. Per questa ragione accoglie con piacere che il percorso della Legge, con prima firmataria la Sen. Monica Cirinnà, non si fermi. Per i diritti delle persone non possiamo e non vogliamo più aspettare.
Maria Gabriella Carnieri Moscatelli

“La commissione Giustizia ha deciso oggi di proseguire il dibattito sul testo unificato sulle unioni civili. Arriveremo cosi’ a settembre con una discussione ed un’analisi ampia e approfondita anche rispetto ai tanti contributi, politici e culturali, usciti recentemente sulla stampa italiana”. Lo dichiara la senatrice del Pd Monica Cirinna’, relatrice del provvedimento.
“Tutte le fasi importanti che vedono cambiamenti radicali nella nostra societa’ sono caratterizzati spesso da opinioni divergenti- aggiunge- Compito della politica e’, dopo aver ascoltato e tentato la comprensione di tutte le posizioni, di fare una sintesi ed elaborare un testo definitivo al quale tutti i senatori potranno contribuire con emendamenti.

Se dovesse esserci anche un contributo da parte del Governo questo sara’ da accogliere positivamente perche’ sarebbe una manifestazione di grande interesse e sensibilita'”. “Resto comunque convinta- conclude Cirinna’- che la strada parlamentare sia quella che consenta la maggiore condivisione , strada che consente tranquillamente al governo di contribuire presentando proposte ed emendamenti, anche sostanziali, per dare presto al Paese una legge da troppo tempo attesa e che viene chiesta a gran voce anche dai tanti sindaci che , in modo autonomo e diverso da citta’ a citta’, stanno tentando di dare una risposta ai cittadini che reclamano il riconoscimento di diritti anche presso le anagrafi”.

A riprova di quello che diciamo una bravissima scrittrice ci ha inviato questo pezzo che condividiamo e pubblichiamo:

Le due spose

“Se non noi, chi? Non ci siamo mai nascoste e siamo sempre state accolte, accettate e stimate per il nostro impegno per il bene della città. Trasformiamo allora la nostra situazione in vantaggio, in una risorsa per tutti e tutte che possa servire a chi non se lo può permettere e vive una vita nascosta. Quindi saremo due spose, un sindaco, due assessori e tanti testimoni del nostro amore. Forse è anche più semplice di quanto sembra.” Carla chiude il libro e si sente qualcuno gridare “Brava”. E’ il giorno del suo matrimonio con Barbara, il primo del genere, celebrato a Ravenna sabato cinque luglio. Due abiti bianchi diversi per le spose – quello di Carla è lungo, impreziosito da uno scialle con disegni floreali, quello di Barbara è corto, più tradizionale, ricamato – due bouquet, una grande gioia che si sente nell’aria. Applaude tutta la sala. Con convinzione, con entusiasmo. Sono in tanti, uomini e donne di diverse età ed estrazione culturale, riuniti nella sala del Comune per testimoniare non solo la condivisione di un sentimento e di una battaglia politica, ma anche lo scollamento che c’è tra paese reale e potere, due tempi e due mondi che procedono su binari paralleli senza incontrarsi mai. “I nostri governanti continuano a fare finta che le cose non esistano, mentre noi procediamo portando avanti una battaglia per i diritti civili, nell’immobilismo totale del Paese. Senza diritto di cittadinanza. Ed è un discorso che vale per tutti, per i portatori di handicap ad esempio. Le istanze non vengono accolte, i diritti civili non sono mai una priorità e intanto la vita corre velocissima, non abbiamo più il tempo di aspettare” mi dice Barbara, l’altra sposa, spiegandomi come sia nata la scelta di questa cerimonia pubblica per festeggiare dieci anni di convivenza. Per sposarsi, alla fine, come ogni coppia desidera.

Passo dopo passo, Carla Baroncelli e Barbara Domenichini, giornalista la prima, dipendente comunale la seconda, entrambe molto impegnate nel sociale, hanno superato la barriera delle istituzioni per concretizzare il loro sogno. E così è nata una cerimonia, senza valore legale, ma vincolante per le spose, una specie di ribellione silenziosa e potente, portata avanti nel rispetto delle regole allo stesso tempo trasformate e riadattate, come il fatidico “sì”, pronunciato però in risposta alla domanda: “li avete gli anelli?” . C’è il sindaco a celebrare l’unione, Fabrizio Matteucci, del Pd, che deve lasciare la fascia tricolore sul tavolo: “spero un giorno di poterla indossare per riconoscere anche dal punto di vista giuridico l’unione di chi si ama” dice. Ci sono, per scelta, anche due assessore, Valentina Morigi che spiega “questo amore è come tutti gli altri” e Giovanna Piaia, “le parole per i diritti sono politiche – dice- e la politica oggi qui non sta facendo una bella figura”. E poi i testimoni: oltre alle due nipoti adolescenti di Carla, tutti i presenti, gli amici della coppia, chiamati a spiegare perché hanno scelto di condividere la loro scelta, partecipare alle nozze . C’è la professoressa che ricorda come la Costituzione parli di famiglia all’articolo 29 senza specificare il sesso dei componenti e ribadisca all’articolo 3 che non devono essere fatte discriminazioni di nessun genere. E ancora Elena che rilancia il valore dell’amore , Raffaella che ringrazia le due spose per aver voluto unire la loro esperienza privata a quella pubblica e politica ed Elisa che augura ancora tanti matrimoni alle spose, sperando che un giorno chi deve capire capisca. Finisce come nelle migliori tradizioni con il lancio dei chicchi di riso e la festa in campagna, ballando e mangiando la torta nuziale.
Ma la loro storia di queste due donne non si chiude qui: un altro matrimonio arriverà, in Portogallo, probabilmente il primo sabato di ottobre. “E’ l’unico paese insieme alla Norvegia – mi spiega Barbara- che riconosce il matrimonio tra persone dello stesso sesso non residenti nel Paese. Noi abbiamo fatto un percorso diverso rispetto agli altri che si sono sposati all’estero, cercando poi di far riconoscere l’unione in Italia. E porteremo con noi tutti gli amici, che ci sono sempre stati vicini, che ci hanno amato e accettato come una coppia normale. Abbiamo chiesto per regalo di nozze dei soldi che rimetteremo in circolo per affittare una grande casa ed ospitare chi verrà in Portogallo.” Anche questo è un altro passaggio non convenzionale, con una documentazione complessa che le spose hanno richiesto e ottenuto. “Mi auguro che altre coppie trovino il coraggio di fare questa scelta. E’ una bella soddisfazione” spiega Barbara e aggiunge che loro non hanno mai subito aggressioni o episodi sgradevoli, che dopo “il fatto” sono stati in tanti a cercarle per parlare e conoscerle, che delle nozze si sono occupate le pagine di cronaca locali e che la cerimonia è stata criticata dall’opposizione solo perché il sindaco aveva celebrato nella sala del comune, domandando anche chi avesse pagato le spese. “ Le abbiamo pagate noi, ovviamente- conclude – anche questa volta utilizzando un espediente : abbiamo compilato il modulo dell’anagrafe scrivendo che la sala era per un evento.” L’evento, il fatto è una piccola grande battaglia, coraggiosa, inventata un giorno dopo l’altro. Per i diritti di tutti.

Prova a dirlo a Ilaria

Scritto da Stella Maggi

La ripartizione dei fondi previsti dalla legge 119 contro il femminicidio, la mancanza di un ministro per le Pari Opportunità e sostanzialmente un certo immobilismo nell’affrontare il problema della violenza contro le donne. Siamo sempre al punto di partenza. Prova a dirlo a Ilaria che ha 24 anni e al suo bambino di due che da giorni lottano contro la morte al Meyer di Firenze. A sparare loro, secondo un copione ormai ferreo, Riccardo Bizzarri, il padre del piccolo, ex compagno della donna, che si è suicidato dopo l’agguato. Prova a dirlo alla studentessa polacca stuprata in centro, a Milano, da due balordi mentre camminava per tornare a casa o alla donna romana picchiata dall’ex che da tempo la tormentava anche per rapinarla. Prova a dirlo a quante hanno paura a lasciare un uomo violento o non hanno una casa dove andare dopo averlo denunciato o vivono nel timore di incontrarlo per strada . Giorno dopo giorno la cronaca rilancia, in sordina, episodi che raccontano quanto ci sia ancora da fare per definire l’Italia un paese civile; giorno dopo giorno le volontarie delle associazioni che si occupano di aiutare le donne in difficoltà combattono al loro fianco una battaglia per aiutarle a rinascere. E noi sappiamo bene quanto può essere dura e difficile. Tutto un lavoro fatto in sordina, anche questo come da copione, come sempre quando si parla della violenza alle donne, problema che ancora non ha trovato un posto degno di nota da parte delle istituzioni. Eppure, proprio durante la conferenza stampa dell’otto marzo nella sede di Telefono Rosa, il ministro dell’Interno, Angelino Alfano ha ribadito la necessità di un intervento immediato perché il numero dei femminicidi nel nostro paese continua ad aumentare. I dati dello scorso anno parlano chiaro: 177 donne uccise, una ogni 2 giorni praticamente. Ed è inquietante il numero delle denuncie per stalking, più di quarantamila a partire dal 2009, per non parlare degli stupri e degli abusi.
Così la domanda che sorge spontanea ora non è più solo come contrastare il fenomeno, argomento sul quale le associazioni e le volontarie si confrontano da anni, ma perché non si voglia affrontare in modo serio, con una presa di coscienza collettiva e culturale. E di argomenti su cui riflettere, ancora una volta, ce ne sono molti.
Primo fra tutti quello del ministero per le Pari Opportunità, scomparso dopo le dimissioni di Josefa Idem. E stiamo parlando di giugno del 2013. Il governo Letta lo ha trasformato in un dipartimento del dicastero del Lavoro, affidando il compito di gestirlo al sottosegretario Cecilia Guerra, il suo successore, Matteo Renzi ha azzerato di nuovo tutto, limitandosi a non rispondere alle incessanti richieste e appelli dei movimenti e delle associazioni femminili. La delega è rimasta nelle sue mani. Eppure servirebbe un collante per restituire alle donne attenzione e iniziative, prendere le redini della situazione, mettere in pratica i principi della convenzione di Istanbul, la “convenzione del consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”. Il testo, il primo del genere, entrerà in vigore dal primo agosto e dovrebbe spingere i governi ad azioni concrete per aiutare tutte le donne vittime e soprattutto per attuare azioni di prevenzione concreta. All’articolo 9 , ad esempio, la convenzione riconosce l’importanza del lavoro delle Ong pertinenti e delle associazioni della società civile attive nella lotta alla violenza contro le donne invitando “le parti” a instaurare “un’efficace cooperazione con tali organizzazioni”.
Indicazione che però non sembra affatto considerata nella discussione in atto sulla ripartizione dei finanziamenti per i centri antiviolenza previsti dalla legge 119, quella contro il femminicidio che già tante discussioni aveva sollevato, quando entrò in vigore, ad ottobre dello scorso anno . Secondo quanto anticipato quasi due settimane fa dal Sole 24 ore lo stanziamento di 17 milioni di euro (10 per il 2013 e 7 per quest’anno) sarà destinato per il 33 per cento alla creazione di nuovi centri antiviolenza e case rifugio. L’ottanta per cento dei rimanenti 11 milioni andrà ad interventi regionali già operativi e già schedati da un’apposita mappatura e solo due milioni circa saranno a disposizione di centri antiviolenza e case rifugio, pubbliche e private. Servirà ancora un mese perché la ripartizione sia definitiva, visto che la conferenza Stato Regioni sta ancora discutendo sui criteri di distribuzione. Ma a perdere la battaglia sembrano essere ancora una volta le donne e le associazioni che per prime hanno dato vita ai centri antiviolenza e alle strutture di sostegno, contando solo sulle proprie forze e sulla consapevolezza delle reali difficoltà ed esigenze delle vittime di abusi e violenze. A loro andrà davvero poco, nemmeno il riconoscimento dell’impegno del campo. Il testo, del resto, è ancora farraginoso, non si conoscono le modalità con cui si è stilata la mappatura delle strutture operative: 352 in tutt’Italia, un numero considerato eccessivo dalla maggior parte delle donne che operano ogni giorno sul territorio. In Sicilia, ad esempio, sono stati contati ben 62 spazi tra centri antiviolenza e case rifugio, ma la realtà sembra essere ben diversa. Non sembra esserci, inoltre, da parte del legislatore, una chiara consapevolezza del lavoro che si deve portare avanti e della differenza sostanziale tra i centri e le case rifugio che devono essere segrete per proteggere le donne in pericolo.
L’accoglienza alle donne che hanno fatto denuncia, il sostegno a quelle che stanno subendo abusi e crudeltà in famiglia, la disponibilità a capire il loro dramma non si improvvisano e c’è il timore che per gestire e disporre di una cifra consistente in tempi ravvicinati si creino strutture inadeguate, di nessuna utilità concreta. Ancora una volta, dunque, sulla pelle delle donne potrebbe crearsi un intreccio d’interessi economici che non aiuterà certo ad affrontare il problema. Servirebbe, da parte delle regioni, che sono destinate a gestire la maggior parte dei fondi, una strategia comune, considerando le diversità culturali esistenti in Italia tra nord e sud . Compito che non può essere improvvisato e che richiede, come già sottolineato da tempo, nei suoi appelli da Maria Gabriella Moscatelli, la presidente di Telefono Rosa, “una guida politica competente che armonizzi i vari interventi”. E quindi torniamo al tema di partenza, all’esigenza di avere un ministro che si occupi di dar vita a una politica nazionale, a una vera risposta alla violenza contro le donne, che passi dalle scuole ai mass media, cercando di educare, curare e soprattutto prevenire . Prova a dirlo a Ilaria e al suo bambino che forse in un paese diverso, più attento, più rispettoso, più compatto nel denunciare le difficoltà, avrebbero evitato quegli spari. Forse.

Per Maria Cristina e le altre

Scritto da Stella Maggi

Il suo volto, felice, sereno il giorno delle nozze rimbalza su tutte le pagine di cronaca, sui social network. La tragedia di Maria Cristina e dei suoi due bambini è un pugno nello stomaco, scuote le coscienze come forse è stato, qualche settimana fa, per le due adolescenti stuprate e impiccate ancora vive in India. Carlo Lissi diventa un nome popolare, la vicenda – nella sua ferocia – lascia attoniti. Ha ucciso per liberarsi dalla gabbia, spiega, dove per gabbia si intende famiglia, piaceri e doveri, ha dovuto farlo perché non riusciva a trovare il coraggio di chiedere alla moglie di separarsi e ha infierito sui figli in modo da poter tornare finalmente un giovane single, pronto a conquistare altre prede. Così povero emotivamente da fare l’amore con la moglie prima di ucciderla e di andare a gioire per la vittoria dell’Italia ai Mondiali, subito dopo aver sgozzato anche i due bambini ed essersi liberato dell’arma del delitto. L’Italia è sgomenta. Si alza il rumore, si rincorrono le spiegazioni psicologiche e mediatiche, qualcuno arriva perfino a invocare la pena di morte come se fosse la soluzione finale. Altre pagine si aprono su Facebook chiedono giustizia, indicano la soluzione estrema. Al delitto di sabato sera si aggiungono, nel giro di poche ore, quelli di Alba, infermiera in pensione di 59 anni e Maria, 36 anni, uccise con ferocia a botte e picconate dagli uomini che vivevano con loro. La prima in Liguria, la seconda in Sicilia, da un capo all’altro dell’Italia. L’elenco non è completo. La ferocia non risparmia nemmeno Daniela , 37 anni, volata dal secondo piano del suo appartamento nel piacentino e morta sul colpo, sempre sabato intorno alle 23. Si indaga per omicidio.
Chiamatela “mattanza”, chiamatela “strage”, usate pure gli aggettivi che volete, ma per favore chiamatela e non girate il volto dall’altra parte, pensando che si tratti di vicende che non vi riguardano. La violenza sulle donne, questi omicidi che nemmeno uno scaltro giallista saprebbe inventare in modo così banale e drammatico, ci riguardano tutti. Riguardano i nostri bambini, le nostre figlie adolescenti, il nostro futuro e anche noi. Riguardano donne e uomini, i rapporti umani, il domani della società, Bisogna impegnarsi perché non si ripetano, perché le vittime non rimangano sole, senza via d’uscita né sostegno economico per fuggire. Eppure il rumore, lo sdegno, le domande dell’opinione pubblica non trovano alcuna risposta degna di nota nei palazzi del potere, dove nessuno sembra preoccuparsi di ciò che sta avvenendo. La questione femminile, del resto, è sempre stata considerata, negli ultimi anni, una specie di tormentone gestito da un drappello di sconsiderate. Il governo Renzi, come ha ricordato tempestivamente Gabriella Moscatelli, presidente di Telefono Rosa in una lucida missiva diretta proprio al capo del governo, non ha nominato un Ministro per le Pari Opportunità e nemmeno un sottosegretario con le dovute deleghe. La questione dunque per i nostri amministratori non esiste. Niente viene fatto per affrontare il problema della violenza di genere che non è una questione di ordine pubblico o sicurezza : è prima di tutto un problema culturale. Eppure, scrive Gabriella Moscatelli, centinaia di donne sono state salvate dalle associazioni con il loro lavoro certosino. Un peso che non possono portare da sole. Servono ora risposte “vere, politiche, sostanziali”. Il finanziamento di 18 milioni per i centri antiviolenza, l’assistenza e la prevenzione previsto nel tanto discusso e strombazzato“Piano di azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere” è fermo da otto mesi per un cavillo burocratico, le fa eco la deputata Celeste Costantino di Sel che chiede a sua volta al governo azioni concrete. Per assegnare i fondi serve la firma del ministro delle Pari Opportunità, del quale non c’è assolutamente traccia. “Renzi si contraddistingue per la rapidità delle sue azioni? – conclude Costantino – Allora assegni subito la delega alle Pari Opportunità e sblocchi immediatamente i fondi”.
E noi, noi tutti, uomini e donne cosa possiamo chiedere oltre a un Ministro che torni a occuparsi del tema della violenza di genere in modo decisivo e incisivo? Ad esempio che nelle famiglie si ricominci a educare i figli e le figlie al rispetto dell’altro, che nelle scuole si parli di educazione sentimentale, si insegni a rinnegare la violenza e l’abuso sui più deboli, che si discuta e si progetti un futuro diverso, che gli uomini colpevoli di aver alzato le mani su mogli o figlie vengano seguiti e curati, se necessario allontanati, che le donne in pericolo siano protette, che tutti insieme si ripensi a un futuro e a una convivenza serena, potenziando le associazioni e lavorando per abbattere gli stereotipi anche grazie a personale debitamente formato. Tutti temi presenti nella Convenzione di Istanbul per la prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica. Il documento entrerà in vigore il primo agosto durante il primo semestre europeo presieduto dal Primo Ministro italiano. Sarebbe il caso, dunque, di agire in fretta, manca poco meno di un mese e mezzo. E’ quello che continueremo a chiedere con forza al governo . Lo dobbiamo a Maria Cristina, Alba, Maria, Daniela e a quei due bambini, ma anche a tutte le altre donne uccise o in pericolo. Lo dobbiamo ai nostri figli e alle nostre figlie. Lo dobbiamo a noi.

Le definizioni dei diversi tipi di violenza elaborati dal Telefono Rosa

VIOLENZA DI GENERE:
CON QUESTO CONCETTO SI INTENDONO ATTI VIOLENTI PERPETRATI DA UN GENERE (SOLITAMENTE MASCHILE) SULL’ALTRO (FEMMINILE). QUESTO TIPO DI VIOLENZA PUÒ RISULTARE DIFFICILE DA RICONOSCERE DA PARTE DELLE VITTIME CHE LA SUBISCONO, POICHÈ SPESSO SI INSERISCE IN UN CONTESTO CULTURALE CHE ATTRIBUISCE ALLA DONNA CARATTERISTICHE COME LA TOLLERANZA, LA COMPRESIONE E LA CURA DELL’ALTRO.
LE DIVERSE FORME DI VIOLENZA HANNO COME OBIETTIVO TRASVERSALE QUELLO DI INCUTERE TERRORE ED ASSOGGETTAMENTO E QUELLO DI LEDERE L’INTEGRITÀ FISICA E PSICOLOGICA DELLA DONNA. SPESSO LA VIOLENZA SEGUE UNA CICLICITÀ, FATTA DI FASI, DURANTE LE QUALI SI MANIFESTANO INTIMIDAZIONI, CLIMA DI TENSIONE CHE PORTA AL MANIFESTARSI DELLA VIOLENZA PER POI ARRIVARE AL PENTIMENTO ED ALLA FASE DELLA “LUNA DI MIELE”, LA QUALE PREPARA AD UN NUOVO CICLO DI VIOLENZA.
SECONDO L’INDAGINE ISTAT DEL 2006, UNA DONNA SU QUATTRO SUBISCE VIOLENZA NELL’ARCO DELLA PROPRIA VITA, PER UN TOTALE DI 6 MILIONI 743 MILA DONNE. LA VIOLENZA COSTITUISCE LA PRIMA CAUSA DI MORTE PER LE DONNE DI ETÀ COMPRESA TRA I 15 ED I 44 ANNI E, PER LE DONNE IN GRAVIDANZA, RISULTA ESSERE LA SECONDA CAUSA DI MORTE.
LA RICERCA CONDOTTA DAL FRA – EUROPEAN UNION AGENCY FOR FUNDAMENTAL RIGHTS (2014) HA STIMATO IN EUROPA UN NUMERO PARI A 13 MILIONI DI DONNE CHE HANNO SUBITO VIOLENZA FISICA NEI 12 MESI PRECEDENTI ALL’INTERVISTA; 3,7 MILIONI DI DONNE CHE, SEMPRE IN EUROPA, HANNO SUBITO VIOLENZA SESSUALE DURANTE LO STESSO PERIODO DI TEMPO, UNA DONNA SU TRE HA SUBITO VIOLENZA SESSUALE O FISICA DALL’ETA’ DI 15 ANNI IN POI E UNA DONNA SU TRE HA SUBITO VIOLENZA PSICOLOGICA DAL PROPRIO PARTNER. E ANCORA, SONO CIRCA 9 MILIONI LE DONNE CHE IN EUROPA HANNO DICHIARATO DI ESSERE STATE VITTIME DI STALKING DURANTE I 12 MESI PRECEDENTI ALL’INTERVISTA.

VIOLENZA FISICA:
RIENTRANO IN QUESTA CATEGORIA TUTTI QUEI COMPORTAMENTI TESI A MINACCIARE O LEDERE L’INTEGRITÀ FISICA DELLA PERSONA. DOBBIAMO COMPRENDERE NELLA VIOLENZA FISICA ANCHE LA MINACCIA DI ESSERE COLPITI, IL ROMPERE OGGETTI IN SEGNO DI MINACCIA, IL DARE PUGNI E CALCI AD UNA PORTA O FINESTRA, OLTRE CHE STRATTONI, SCHIAFFI, PUGNI, MORSI, FINO ALLO STRANGOLAMENTO, AL SOFFOCAMENTO, ALLE MINACCE CON ARMI ED ALL’OMICIDIO.

VIOLENZA PSICOLOGICA:
È SPESSO ANTICIPATORIA RISPETTO A QUELLA FISICA. IN QUESTA CATEGORIA RIENTRANO QUEI COMPORTAMENTI TESI AD INTACCARE L’AUTOSTIMA ED IL SENSO DI AUTOEFFICACIA DELLA DONNA, OLTRE CHE AD ISOLARLA, CON L’OBIETTIVO DI MANTENERLA IN UNO STATO DI SOGGEZIONE E SOTTOMISSIONE. POSSIAMO ELENCARE ATTI DI DERISIONE, INSULTI, CONTROLLO, ECCESSIVA GELOSIA, MINACCE ED ISOLAMENTO DA RELAZIONI FAMILIARI ED AMICALI.

VIOLENZA SESSUALE:
IN QUESTA FORMA DI VIOLENZA RIENTRA UN AMPIO SPETTRO DI COMPORTAMENTI, DALLE MOLESTIE FINO AD ARRIVARE ALLA PROSTITUZIONE FORZATA E ALLO STUPRO. IN QUESTO CAMPO RIENTRA ANCHE L’OBBLIGO DA PARTE DEL CONIUGE AD AVERE UN RAPPORTO SESSUALE. IL FATTO CHE CI SIA UNA RELAZIONE AFFETTIVA, INFATTI, NON OBBLIGA LA DONNA AD AVERE RAPPORTI DI NATURA INTIMA CON IL COMPAGNO, A DIFFERENZA DI QUANTO SI POTREBBE PENSARE A CAUSA DEL RETAGGIO CULTURALE LEGATO AI DOVERI CONIUGALI. NELLA VIOLENZA SESSUALE RIENTRANO QUINDI TUTTE QUELLE IMPOSIZIONI RISPETTO A PRATICHE SESSUALI NON DESIDERATE. NON HA NIENTE A CHE VEDERE CON IL DESIDERIO SESSUALE.

VIOLENZA ECONOMICA:
IN QUESTA TIPOLOGIA DI VIOLENZA RIENTRANO TUTTE QUELLE MODALITÀ DI ASSOGGETTAMENTO O SFRUTTAMENTO ECONOMICO DELLA DONNA. PER ESEMPIO: OSTACOLARE LA SUA INDIPENDENZA ECONOMICA E QUINDI LA POSSIBILITÀ DI LAVORARE, LIMITARE L’ACCESSO ALLE RISORSE ECONOMICHE, OCCULTARE LA SITUAZIONE PATRIMONIALE, SFRUTTARE L’ATTIVITÀ DELLA DONNA NEGANDOLE LA RETRIBUZIONE PER IL LAVORO SVOLTO, ETC.. IL VIOLENTO IN QUESTO MODO RIDUCE LE POSSIBILITÀ DI AUTONOMIA E DI INDIPENDENZA DELLA VITTIMA, CERCANDO COSI’ ANCHE DI DIMINUIRE LE POSSIBILITA’ DI SVINCOLO E CONTRASTO A QUANTO SUBITO.

STALKING:
LA PAROLA STALKING DERIVA DAL VERBO INGLESE “TO STALK”, CHE IN ITALIANO VIENE TRADOTTO CON IL SIGNIFICATO DI “FARE LE POSTE”, INSEGUIRE, ACCERCHIARE, BRACCARE. SI RIFERISCE AD UNA SERIE DI ATTI PERSECUTORI REITERATI, INDIVIDUATI NELL’ ART. 612 BIS DEL CODICE PENALE, CHE GENERANO NELLA VITTIMA UNO STATO DI ANSIA E PAURA COSI’ FORTE DA COSTRINGERLA A CAMBIARE LE PROPRIE ABITUDINI DI VITA. QUESTO FENOMENO È STATO RICONOSCIUTO PER LA PRIMA VOLTA IN CALIFORNIA NEL 1990 A CAUSA DELLE PERSECUZIONI DI CUI SONO STATE VITTIME ALCUNE PERSONALITÀ DEL MONDO DELLO SPETTACOLO. LA PERSECUZIONE PUÒ ESSERE ATTUATA ATTRAVERSO ANCHE MODALITÀ NORMALMENTE RICONOSCIUTE COME FORME DI CORTEGGIAMENTO, MA CHE NON CESSANO NONOSTANTE NON SIANO GRADITE ALLA VITTIMA. GLI ATTI PERSECUTORI POSSONO ESSERE CONTINUE TELEFONATE, MESSAGGI, BIGLIETTI, LETTERE, APPOSTAMENTI, RICHIESTE DI APPUNTAMENTI, REGALI INDESIDERATI, ETC.. QUANDO SI VERIFICA UNA PERSECUZIONE MESSA IN ATTO ATTRAVERSO L’USO DI INTERNET, DELLA POSTA ELETTRONICA, DI SOCIAL NETWORK, ETC. SI PARLA DI CYBERSTALKING.

MOBBING:
CON QUESTO TERMINE SI INTENDONO UNA SERIE DI ATTI VIOLENTI TESI AD ISOLARE UN MEMBRO DAL GRUPPO. QUESTO FENOMENO È STATO STUDIATO PREVALENTEMENTE NELL’AMBITO DEL LAVORO E SI RIFERISCE AD UN INSIEME DI CONDOTTE MESSE IN ATTO DA COLLEGHI O SUPERIORI AL FINE DI SVALUTARE, ISOLARE, ESTROMETTERE O COSTRINGERE ALL’ALLONTANAMENTO DAL LUOGO DI LAVORO DA PARTE DELLA VITTIMA. QUESTO FENOMENO PROVOCA GRAVI RIPERCUSSIONI SULL’ AUTOSTIMA E SULLA SALUTE FISICA E PSICOLOGICA DELLA PERSONA CHE NE È VITTIMA. ATTUALMENTE IN ITALIA NON SI DISPONE DI UNA LEGGE CHE SI OCCUPI IN MANIERA SPECIFICA DEL FENOMENO: SI RICORRE QUINDI AD ALTRI CAPI DI REATO ED ALLA VALUTAZIONE DEL DANNO.

VIOLENZA ASSISTITA:
PARTICOLARE RILEVANZA DEVE ESSERE DATA AL FENOMENO DELLA VIOLENZA ASSISTITA. SI PUÒ DEFINIRE COME L’ASSISTERE, DA PARTE DI MINORI, A CONDOTTE VIOLENTE, DI QUALSIASI TIPO ESSE SIANO, AI DANNI DI UNA FIGURA DI RIFERIMENTO, ADULTA O MINORE. ASSISTERE ALLA VIOLENZA PUÒ GENERARE UNA SERIE DI SINTOMI A LIVELLO PSICOFISICO CHE COMPRENDONO DISTURBI DEL SONNO O DELL’ALIMENTAZIONE. SI TENDE A PENSARE CHE BAMBINI MOLTO PICCOLI NON POSSANO ESSERNE VITTIME POICHÈ ANCORA NON IN GRADO DI COMPRENDERE: IN REALTÀ ANCHE LORO PERCEPISCONO IL CLIMA DI TENSIONE E DI PAURA CHE SI INSTAURA IN CASA E CHE VIVE LA PROPRIA MAMMA.

ALTRE FORME DI VIOLENZA:

  • POSSIAMO POI RICORDARE TRA LE ALTRE FORME DI VIOLENZA:
  • TRATTA E PROSTITUZIONE FORZATA;
  • MUTILAZIONI GENITALI;
  • ACIDIFICAZIONE;
  • STUPRO DI GUERRA ED ETNICO;
  • FEMMINICIDIO COMPRESA LA CONNOTAZIONE COME ABORTO SELETTIVO.

I SERVIZI:

CENTRO ANTIVIOLENZA:
I CENTRI ANTIVIOLENZA NASCONO IN ITALIA VERSO LA FINE DEGLI ANNI ’70, CON LO SCOPO DI FORNIRE UN AIUTO CONCRETO ALLE DONNE CHE SUBISCONO VIOLENZA.
IL CENTRO ANTIVIOLENZA È UNA STRUTTURA CHE SI PROPONE DI OFFRIRE SUPPORTO ALLE DONNE VITTIME DI OGNI TIPO DI VIOLENZA GRAZIE ALLA RELAZIONE TRA DONNE, IN QUANTO VI PRESTANO OPERA DI VOLONTARIATO SOLO PROFESSIONISTE DI GENERE FEMMINILE. I CENTRI PORTANO AVANTI LA LORO LOTTA AL FENOMENO DELLA VIOLENZA DI GENERE ANCHE ATTRAVERSO ATTIVITA’ DI SENSIBILIZZAZIONE, IN-FORMAZIONE E PREVENZIONE.
TRA I SERVIZI OFFERTI GRATUITAMENTE IN TALI STRUTTURE RICORDIAMO:

  • ACCOGLIENZA TELEFONICA;
  • CONSULENZA ED ASSISTENZA PSICOLOGICA, ATTRAVERSO SIA COLLOQUI INDIVIDUALI SIA GRUPPI DI AUTO-AIUTO;
  • CONSULENZA ED ASSISTENZA LEGALE;
  • RICERCA E RACCOLTA DATI;
  • FORMAZIONE AGLI OPERATORI CHE ACCOLGONO DONNE VITTIME DI VIOLENZA, COME IL PERSONALE SOCIO-SANITARIO O DELLE FORZE DELL’ORDINE;
  • MEDIAZIONE CULTURALE;
  • SEGRETARIATO SOCIALE, ETC..

CASA DI ACCOGLIENZA PER DONNE VITTIME DI VIOLENZA:
SONO DEI CENTRI IN CUI SI OFFRE, OLTRE ALL’ACCOGLIENZA, L’OSPITALITÀ ALLE DONNE VITTIME DI VIOLENZA, CON O SENZA FIGLI MINORI. IN QUESTE STRUTTURE SI OFFRE PERCIÒ PROTEZIONE ALLE VITTIME CHE NON SONO IN GRADO DI SOSTENERSI INDIVIDUALMENTE A LIVELLO ECONOMICO E CHE PER MOTIVI DI SICUREZZA DEVONO LASCIARE LA PROPRIA ABITAZIONE. PER OGNI OSPITE VIENE ATTIVATO UN PROGETTO INDIVIDUALE DI USCITA DALLA SITUAZIONE SUBITA, ATTRAVERSO IL SOSTEGNO LEGALE E PSICOLOGICO OLTRE CHE IL LAVORO DI RETE CON I SERVIZI PRESENTI SUL TERRITORIO, CON L’OBIETTIVO DI FAVORIRE LA CONQUISTA DI UNA NUOVA AUTONOMIA ED INDIPENDENZA.

CASE DI SEMIAUTONOMIA:
QUESTE STRUTTURE ACCOLGONO DONNE VITTIME DI VIOLENZA CHE PROVENGONO DALLE CASE DI ACCOGLIENZA, ALL’INTERNO DELLE QUALI HANNO PORTATO A TERMINE IL PROPRIO PROGETTO INDIVIDUALE, MA CHE NON SONO ANCORA COMPLETAMENTE INDIPENDENTI DAL PUNTO DI VISTA ECONOMICO. IN QUESTO MODO SI ACCOMPAGNA LA DONNA NEL REINSERIMENTO SOCIALE E LAVORATIVO, PERMETTENDO UN MAGGIOR TEMPO DI PERMANENZA IN UNA STRUTTURA CHE CONSENTE ALLA VITTIMA DI AVERE UNA MAGGIORE AUTONOMIA.