NO AL CODICE ROSA

Con grande piacere pubblichiamo un articolo della nostra volontaria Stella Maggi che tratta con grande competenza e precisione un tema particolarmente difficile. I dati che ispirano l’emendamento, se è vero che sono stati rilevati nella Asl 9 di Grosseto e successivamente nella Regione Toscana, e che i soggetti presi in esame sono “persone vulnerabili” (donne vittime di violenza, minori e anziani), non sono idonei a trattare una materia di per sé difficilissima.

Si cerca nuovamente di mettere sotto tutela le donne, non lasciando loro spazio di decidere liberamente della loro vita.

 

Mara ha ventidue anni e una storia familiare difficile. Suo padre era un  alcolista e ha picchiato la madre fino al giorno in cui i genitori si sono separati. Da allora non l’ha più visto.  Aveva quindici anni. Oggi vive con un’amica, fa lavoretti saltuari e ha una storia con Paolo, un ragazzo di poco più grande con un carattere molto aggressivo, ma Mara sopporta pensando che prima o poi cambierà. Una sera, dopo una scenata di gelosia, Paolo la picchia, facendola cadere. Forse ha una frattura al naso, sanguina. E’ la sua coinquilina che la trova seduta a terra, in lacrime e l’accompagna al pronto soccorso, dopo averla a lungo pregata. Quando arrivano è sempre lei che spiega l’accaduto al medico di turno. Si scatena un gran trambusto, Mara viene medicata, separata dall’amica e trasferita in una stanza riservata dove specialisti e forze dell’ordine trasformano il suo ricovero in un atto d’accusa contro il compagno.  Nessuno si chiede cosa avrebbe voluto fare Mara, lei si sente come quando era piccola e veniva portata all’asilo contro voglia, letteralmente trascinata da sua madre. Scopre di essere diventata una “persona vulnerabile” la cui vita deve essere gestita da altri. Ha voglia di urlare, di ribellarsi, ma riesce solo a piangere e a pensare ai problemi che verranno per il suo compagno. “Lo perderò” si ripete. Lui invece la chiama sul cellulare e le giura vendetta. “Me la pagherai cara” ripete.

La storia è di fantasia ma è quello che potrebbe avvenire a ogni vittima di violenza, se verrà applicato il cosiddetto “codice rosa bianca”, emendamento previsto –  non si sa bene perché – alla legge di stabilità, sulla scia di un esperimento avviato alla Asl 9 di Grosseto e diffuso in tutta la Toscana. Dicono le responsabili con ottimi risultati. Ma non tutto è come sembra. L’emendamento, innanzitutto, raggruppa le donne vittime di violenza, insieme a minori e anziani, sotto la non certo simpatica espressione di “persone vulnerabili”. E’ evidente che in base a questa disposizione la donna cessa di essere parte in causa e lo Stato si assume l’onere di pensare per lei. Uno Stato Padre soffocante che continua a considerare il secondo sesso come un soggetto debole, incapace di gestire la propria vita e la propria difesa. Per altro, già oggi sono molte le donne che non si sentono di denunciare il loro compagno per violenza, figuriamoci se venisse approvato l’emendamento. Quante sarebbero quelle che eviterebbero di andare al Pronto Soccorso per paura di ritrovarsi con una denuncia in mano oppure di non saper dove andare per il timore di una vendetta in casa dopo aver firmato un atto d’accusa ? Sull’ipotesi di questo emendamento, dunque, il mondo femminile si è diviso: da una parte c’è Fabrizia Giuliani, deputata del Pd e tra le fondatrici di “Se non ora quando” che insieme ad altre deputate ha firmato il provvedimento, dall’altra tutte le associazioni che da anni si battono contro la violenza, a partire da Telefono Rosa,  che hanno lanciato un appello per impedirne l’approvazione. I motivi sono chiari, ma li ribadiamo ancora una volta: ognuno deve essere lasciato libero di vivere la propria vita e di decidere come e se denunciare; le donne non sono soggetti deboli ma PERSONE in grado di scegliere ed elaborare ; non è colpa loro se subiscono violenza ma di chi la esercita, non hanno bisogno di qualcuno che le protegga, ma di strutture di sostegno come case e lavoro per uscire dalla spirale di violenza dopo aver denunciato, per libera scelta, un compagno aggressivo.

Così torniamo a Mara e al suo arrivo al Pronto Soccorso. Supponiamo che ad accoglierla ci sia davvero personale qualificato e preparato che, dopo averla medicata e curata, ascolti la sua storia e le suggerisca di farsi aiutare magari rivolgendosi a un centro antiviolenza o a un’associazione. Per cercare di spezzare la dipendenza affettiva da un uomo maltrattante oppure per affrontare con lui e con l’aiuto degli esperti la situazione, salvando il rapporto ed evitando il peggio. Non sarebbe meglio?

Stella Maggi

TORNIAMO A PARLARE DI STUPRO

Così torniamo a parlare di stupro, alla vigilia di Ferragosto, quando le ragazze e i ragazzi muoiono per aver cercato un elemento di novità, un bicchiere di troppo, una pasticca da provare una volta, un’emozione perché di quelle i giovani vivono. Torniamo a parlare di stupro, come facciamo spesso, da questa pagina o su Facebook  e le donne lo sanno che non siamo noiose.  Dobbiamo ripeterci perché il tempo si è fermato e siamo comunque condannate ad assistere annichilite a questo immobilismo che il nostro frenetico governo – così zelante nel cercare di proporre cambiamenti-  ha destinato alla “questione femminile”. Non abbiamo e non avremo una Ministra per le Pari Opportunità, non abbiamo visto un passo sia pur minimo per l’applicazione della Convenzione di Istanbul, ma anche questo è un ritornello ripetitivo, davvero siamo noiose!

E allora ricominciamo. Le ultime notizie, quelle estive, raccontano due violenze negli ultimi giorni a Roma: una ai danni di una diciottenne che aspettava l’autobus, l’altra nei confronti di una donna senza fissa dimora martirizzata per due giorni in una baracca alla pineta di Ostia.  Anche lei aspettava l’autobus. A Modena, lo scorso fine settimana, una ragazza è stata abusata dal branco all’uscita di una discoteca, dopo essere stata caricata in macchina. Gli inquirenti però sollevano dubbi, nonostante i lividi sul corpo. Chissà, magari era salita sull’auto volontariamente. Se ci spostiamo a Senigallia c’è la storia di un ex che violenta una ventiquattrenne e filma tutto con il cellulare,  e poi nel parmense, la sedicenne abusata da un gruppetto di bastardi, prima della pizza con gli amici a suggellare la fine dell’anno scolastico. Si potrebbe continuare a lungo, ormai stupri e tentate violenze non occupano troppo spazio sui quotidiani, forse anche loro temono di essere noiosi, ripetitivi.

E’ ripetitivo persino lo sfogo della giovane attrice fiorentina stuprata da sei ragazzi alla  Fortezza da Basso nel 2008. Gli autori della violenza sono stati assolti al processo d’appello. Scrivono, tra l’altro, i giudici nella motivazione della sentenza:  “La vicenda è incresciosa, ma penalmente non censurabile. La giovane era presente a se stessa anche se probabilmente ubriaca,  l’iniziativa di gruppo non fu ostacolata.”  Risponde lei nello sfogo pubblicato sul blog “Abbatto i muri”.  Racconta di come sia stato difficile vivere da allora:  “Esisto. Nonostante abbia vissuto anni sotto shock, sia stata imbottita di psicofarmaci, abbia convissuto con attacchi di panico e incubi ricorrenti, abbia tentato il suicidio più e più volte, abbia dovuto ricostruir a stenti, briciola dopo briciola, frammento dopo frammento, la mia vita la violenza che mi è stata arrecata quella notte, la violenza dei mille interrogatori della polizia, la violenza di 19 ore di processo in cui è stata dissezionata la mia vita dal tipo di mutande che porto al perché mi ritengo bisessuale.”

Così ci torna in mente il processo per stupro, lo ricordate?  Era il 1978  quando fu girato a Latina il film che raccontò all’Italia cosa succede a chi denuncia di aver subito violenza e si trova improvvisamente sul banco degli imputati. “Se questa ragazza fosse stata a casa, se l’avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente” disse l’avvocato della difesa.  Sembra di rileggere le parole scritte qualche giorno fa su Twitter da Francesco Errico, sindaco dimissionario di Gallipoli: “Se le famiglie esercitassero un po’ più di controllo sui figli non morirebbe un diciottenne la settimana in disco. Se non sai educare non sai procreare.”

Di questo moralismo inutile e colpevolista siamo stanche, possiamo dirlo? Siamo madri e donne, abbiamo figli adolescenti che devono sorridere alla vita, ragazze che possono prendere l’autobus senza dover aver paura, chiediamo attenzione e giustizia, un cambiamento di rotta, per non essere costrette a ripetere, anno dopo anno, mese dopo mese,  con altre parole, gli stessi concetti.  Lo stupro è un atto ignobile che distrugge una persona. Si cominci a condannarlo, con ogni strumento possibile, soprattutto nelle aule di tribunale e si educhino i ragazzi e i bambini. Ci piacerebbe sentir parlare di più di questi problemi, di possibili soluzioni. Voi che ne dite? Pensiamoci, sarà il nostro compito delle vacanze.

 

Stella Maggi

MAMMA? NO, GRAZIE!

 

“La trappola della maternità”. E’ questo il dibattito che anima la vita politica londinese dopo la pubblicazione di un articolo sul settimanale “The New Statesman”. In copertina l’immagine simbolo che ritrae quattro donne di successo, da Angela Merkel alla premier scozzese Nicola Stugeon, dalla ministra degli Interni inglese Theresa May alla candidata alla leadership dei labouristi Liz Kendall. Osservano una culla vuota con dentro un’urna elettorale. Nessuna di loro ha un figlio, ma la loro vita politica è in crescita. L’assioma e le statistiche sono semplici, quasi elementari, per fare carriera non si devono avere bambini.  Lo sa bene il 45 percento delle parlamentari inglesi, contro il 28 percento dei loro colleghi maschi. Nonostante le voci che si sono sollevate contro l’articolo di Helen Lewis, la giornalista vicedirettrice della rivista ribadisce che si tratta di un pezzo di denuncia e ricorda anche che il successo si paga a caro prezzo. “Le donne che non hanno figli sono considerate ambiziose, carrieriste, stravaganti”.  Come una volta, come sempre, insomma.

Elena Stancanelli in un’analisi sulla Repubblica del 21 luglio ricorda anche che mentre  un padre che trascorre un week end con le figlie è una notizia interessante, vedi il presidente Obama, “la matritudine … è tutta in passivo. Anche se togli solo una giornata, un’ora, un’attenzione questa ti verrà conteggiata sotto il segno meno.” Perché ancora oggi il peso dei figli ricade sulle donne, dall’allattamento alla cura quotidiana, dalle scelte pratiche a quelle emotive. Del resto quale donna non ha mai letto negli occhi del suo bambino un rimprovero sottile ogni volta che esce per andare al lavoro o quando torna a casa?  Quale donna non si è mai sentita in debito con tutto e tutti? Le adolescenti di oggi già annunciano che non avranno figli e, poco più di un mese fa, la ministra della Salute, Beatrice Lorenzin ha presentato il Piano Nazionale per la fertilità. Alla difficoltà di procreare in modo naturale che ha ormai una coppia su cinque, si affianca l’aumento dell’età media del concepimento cresciuta di un decennio dagli anni Ottanta.

Dalla ministra del Lavoro tedesca, Ursula von der Leyen, 54 anni, sette figli, arriva un esempio diverso, ha un marito che divide con lei i compiti e la gestione della famiglia, specie quando lei si trova a Berlino, ma  non prende mai impegni nel fine settimana che dedica esclusivamente ai suoi ragazzi e si batte per le quote rose e aiuti concreti alle donne che lavorano. All’inizio della sua carriera era medico e spesso faceva i turni notturni, conosce bene il problema.  Non solo, la von der Leyen pensa che si potrà vincere la battaglia per la parità nelle aziende quando si combatterà definitivamente il mercato di reclutamento dominato dagli uomini che pensano che sia comunque preferito “un giovane maschio sempre disponibile sul lavoro.”

Le soluzioni in Italia come altrove sono sempre nella famosa rivoluzione culturale che non riusciamo a fare, nella condivisione dei compiti in famiglia e in una nuova mentalità che riesca a rendere la donna libera anche da retaggi culturali atavici. E poi ci sono i passi concreti. Si è molto parlato negli ultimi mesi delle vacanze scolastiche, “troppo lunghe” ha tuonato il ministro Poletti e sono sorte polemiche a non finire. Ma noi ci chiediamo e vi chiediamo, pur tutelando il diritto del bambino al riposo e allo svago estivo, come fanno i genitori a gestire tre mesi di vacanze? Dove porteranno o lasceranno i bambini in questo lungo periodo? E’ vero che ci sono campi attrezzati, spazi abilitati, occasioni bellissime ma hanno anche dei costi che, specie ora, in tempo di crisi economica sono difficili da sostenere quando magari una famiglia non riesce a permettersi nemmeno una settimana di villeggiatura insieme al mare? Parliamone …

 

Stella Maggi

CHIAMATE IL 1522

Il Telefono Rosa invita soprattutto le ragazze e le giovani donne a porre massima attenzione a qualsiasi richiesta che possa destare sospetti o solo un minimo dubbio, anche se fatta da rappresentanti delle Forze dell’Ordine (veri o falsi che siano).

Non esitate a chiedere informazioni e in caso di emergenza chiamate il 1522 e i vostri genitori.

Ci farebbe piacere ricevere commenti e pareri a riguardo e aprire con voi uno scambio di opinioni.

Chiamate il 1522

 

Un uomo in pantaloncini che fugge, delle figure femminili che lo inseguono, poi tutto si perde e finisce nell’abbraccio disperato di due ragazzine. A guardare il video,  ripreso dalle telecamere di sorveglianza di un locale lì vicino e diffuso dalla Questura di Roma, viene lo sconforto, il dolore, la rabbia per una storia che non avrebbe mai dovuto esistere: lo stupro di una quindicenne da parte di un militare che si è finto un poliziotto per abusare di lei.  Succede a Roma, la notte dei santi patroni, con i fuochi d’artificio che illuminano Castel Sant’Angelo e c’è così tanta gente da non riuscire a camminare nei giardini che circondano il Mausoleo d’Adriano. E’ una notte di festa, nel centro della capitale.  A poca distanza i giochi pirotecnici si vedono  bene, anche da piazzale Clodio, vicino alla cittadella giudiziaria, c’è dall’altra parte via Teulada, gli studi della Rai. Poche luci elettriche a illuminare la zona, scopriremo che gli abitanti hanno persino paura a uscire soli la sera. Tre ragazzine scendono sotto casa, per fare due chiacchiere lontane dagli adulti, con gli occhi rivolti al cielo :  bevono una birra, guardano e ridono. E’ estate, le vacanze sono appena iniziate, una di loro è appena arrivata da Bari per stare con le amiche, fa caldo. Perché non dovrebbero?

L’uomo arriva con la bicicletta, la lega a un palo, si avvicina alle adolescenti con l’aria seria, minacciosa, spiega che è in vigore l’ordinanza anti alcool, che loro sono minorenni e non dovrebbero bere, domanda i documenti. Alla sola che ne ha uno con sé, perché non è romana, chiede di accompagnarlo al commissariato per regolarizzare la situazione.  Cosa può fare una ragazzina davanti al potere di un adulto?  Preoccupata lo segue, sospettando qualcosa per l’abbigliamento del poliziotto. Non si capisce perché giri in pantaloncini. Ma lui ha mostrato il tesserino. Improvvisamente la strattona, la butta in un prato vicino e approfittando dell’oscurità la violenta, tra le minacce di morte, alla fine le chiede persino il numero di telefono e la riaccompagna dalle amiche, convinto del suo silenzio, credendo di farla franca.  Ma quando la quindicenne vede le compagne, cui si è aggiunta anche la mamma di una di loro scesa in strada per la prolungata assenza della vittima, corre disperata e grida che è stata violentata.  La donna e le ragazze inseguono lo stupratore, senza riuscire a fermarlo. Il giorno dopo l’uomo sarà arrestato –  proprio grazie alla bicicletta che vigliaccamente ha chiesto al fratello di recuperare- e si scoprirà che ha 31 anni ed è un militare calabrese, in Marina da nove anni. Si chiama Giuseppe Franco, ricordate questo nome se mai vi capitasse di incontrarlo.  Agli inquirenti ha tentato di negare tutto, come spesso accade in questi casi, dicendo di aver avuto un rapporto consenziente, di aver creduto che la ragazza fosse maggiorenne. Eppure aveva visto il documento, l’aveva fermata proprio perché troppo giovane. Una violenza orchestrata a dovere, pianificata,  sostengono invece le forze dell’ordine, anche nella scelta del luogo che evidentemente conosceva bene, forse ha già fatto qualcosa del genere in passato se non in Italia, magari all’estero.

Il gesto così vile, così barbaro sconvolge i colleghi del militare che chiedono una condanna esemplare nel caso si provi la sua colpevolezza, fa rabbrividire i cittadini e sconcerta quanti hanno delle figlie, perché della polizia siamo abituati a fidarci e a insegnare ai ragazzi a fare lo stesso, ma non di quanti si fingono appartenenti alle forze dell’ordine per commettere abusi.  E questo non può e non deve accadere. Mai. Senza creare psicosi e traumi è bene iniziare a ragionare con le nostre figlie, raccontare loro questa orribile vicenda, aggiungendo qualche consiglio e qualche piccola regola da seguire per evitare altri drammi. Vale la pena spiegare che esiste un numero di telefono attivo 24 ore su 24 da chiamare in questi casi: il 1522, è gratuito, raggiungibile sia da rete fissa sia da rete mobile. Nelle situazioni di pericolo è il primo numero a cui rivolgersi, c’è sempre una persona dall’altra parte del filo in stretto contatto con la forze dell’ordine.  Se si viene fermati da qualcuno che non indossa la divisa, non è in compagnia di un altro agente, non ha l’auto di servizio è bene chiamare immediatamente e dare indicazioni precise del luogo dove ci si trova, attendendo riscontri.  Alle ragazze si dovrebbe insegnare inoltre anche ad aver fiducia nei genitori e a chiamarli in casi simili, dicendo all’agente che devono avvertire con il cellulare i familiari e che non si sposteranno senza la loro autorizzazione. E, se per caso il cellulare non funziona, occorre ricordare che l’unione fa la forza e non si deve lasciare sola un’amica, ma è bene spostarsi con lei o, nella peggiore delle ipotesi, seguirla . Da solo un individuo non può tenere a bada due o tre ragazze. Quest’ultima annotazione non vuole certo colpevolizzare le amiche della giovane vittima di piazzale Clodio : a mente fredda e a posteriori siamo tutti bravissimi nel trovare soluzioni.

Quanto ai nostri amministratori dovrebbero ricordare che le luci di sera andrebbero tenute accese un po’ ovunque, in centro come in periferia, per evitare, nei limiti del possibile, aggressioni, stupri e rapine. E’ una polemica, quella della sicurezza, che non si riesce ancora ad affrontare a Roma come in qualsiasi altra città. Ma se tutti quanti ci ritenessimo responsabili di ciò che avviene nelle case vicine o davanti a noi forse si potrebbe davvero fare molto di più. Parliamone …

Stella Maggi

 

LA SCORCIATOIA

Il Telefono Rosa ha seguito con molto interesse il discorso di Kiko Arguello. Con grande stupore e grande sconcerto abbiamo appreso che ricopre ancora oggi l’incarico di consultore del Pontificio Consiglio per i Laici, nomina che è stata conferita da Papa Giovanni Paolo II e riconfermata da Papa Benedetto XVI.

Chiediamo a Papa Francesco di far luce su tutta la vicenda e per maggiore chiarezza pubblichiamo qui di seguito l’articolo di Stella Maggi.

 

La scorciatoia

 

Cosa spinge un uomo a uccidere la compagna che lo sta lasciando?  E’ chiaro,  il dolore per l’abbandono. E cosa arma la sua mano per assassinare addirittura  i figli? Ma è ovvio, il desiderio di far provare alla donna ribelle, la madre di quei piccoli, la stessa disperazione che prova il povero uomo  abbandonato. Un uomo – va sottolineato-  che non conosce Dio e non ha altro amore che quello per la sua donna.  Dunque, di chi è  la colpa se il “disgraziato” cede all’ira e uccide? Elementare : della donna in fuga. E’ la tesi dell’iniziatore del cammino neocatecumenale, Kiko Arguello, pittore spagnolo  e animatore di folle sui settantasei anni. Tesi lanciata  a Roma, sabato 20 giugno, a San Giovanni durante il “Family day”, manifestazione nata negli intenti degli organizzatori per il  bisogno di difendere i figli dall’avvento delle unioni civili e da quelle  tra persone dello stesso sesso.
Arguello rilancia la sua elementare e delirante tesi sul femminicidio con diversi propositi facilmente intuibili; da un lato difendere l’indissolubilità  del matrimonio e schierarsi contro le unioni civili, dall’altro rispolverare un’idea che credevamo ormai cancellata nella civiltà occidentale, quella della  sottomissione coniugale. Una volta  si diceva “il marito si chiama stacci” e ciò significava  che non c’era via di fuga e che, una volta arrivata al matrimonio, la donna doveva accettare qualsiasi cosa in nome della famiglia. La storia è andata avanti. Siamo persino arrivati al divorzio breve,  Arguello però trova una scorciatoia diabolica  per tornare indietro nel tempo e colpevolizzare le donne.
Allora chiediamoci:  se durante una rapina a mano armata uno degli ostaggi si muove e viene ucciso di chi è la colpa? Della vittima che si è spostata  cercando la fuga e rischiando in prima persona  o ti spara il colpo fatale? Il colpevole è sempre chi uccide. Non ci sono altre possibilità. Lo stesso discorso vale per la  donna che lascia il suo compagno. Non è certo lei la responsabile della  furia omicida dell’uomo. Per altro, dentro di sé, la persona che lascia prova lo stesso dolore, la stessa disperazione di chi è stato abbandonato. Difendere la famiglia ad ogni costo, facendola diventare una tomba di odio e disperazione,  non e’ la soluzione. Parliamone …

 

Stella Maggi

CERCANDO UNA MINISTRA

Loredana Colucci aveva 41 anni e faceva la commessa. Il due giugno di quest’anno è stata uccisa dall’ex marito ad Albenga, in provincia di Savona, davanti alla figlia di 13 anni che, forse, ha fatto salire il padre a casa. Se ciò fosse vero porterà per sempre con sé anche questo – devastante quanto immotivato- senso di colpa. Sarebbe successo lo stesso, la ragazzina non poteva certo evitarlo. Dall’omicidio di Loredana è nata una gara di solidarietà. L’intero paese si è stretto intorno alla famiglia della donna, è stata organizzata una colletta e una marcia di denuncia e solidarietà. Qualche giorno dopo, l’otto giugno, un altro uomo di 51 anni ha preso la pistola e sparato contro la sua compagna, Nicoletta Giannarrusto di 48 anni, uccidendola. Ancora una volta davanti alla figlia, una bambina che compirà otto anni a luglio. E’ successo a Riofreddo, vicino Roma. Due giorni dopo a morire è stata Claudia Ferrari di 38 anni, aveva appena lasciato le sue piccole di uno e tre anni all’asilo. A spararle, a Vitinia, sempre vicino Roma, l’ex compagno. A Latina, dove la donna era nata e dove vive ancora la sua famiglia, è stata organizzata una fiaccolata di solidarietà. Claudia aveva denunciato l’uomo per stalking. Ma nessuno l’ha aiutata, così come non è stata aiutata Loredana Colucci. Il gip per tre volte ha rifiutato di arrestare il suo assassino, un giardiniere di 51 anni, che la vittima aveva denunciato a più riprese.  Tutti e tre gli uomini sono morti, si sono suicidati. Sono solo gli ultimi casi di femminicidio, tre nel giro di circa una settimana. E sono cinquantotto le donne uccise dal primo gennaio, vittime della strage silenziosa che riempie le cronache dei giornali senza riuscire a proporre un’adeguata risposta politica e culturale. Molti di più i bambini che vivranno sulla loro pelle questa tragedia per sempre, orfani e figli di una mamma uccisa e di un padre assassino, morto a sua volta.

Così, passata la rabbia e il dolore si moltiplicano le domande. Potevano queste donne essere salvate? Da chi? Dalla giustizia? Dalla solidarietà dei vicini? Dalle forze dell’ordine? E cosa rimarrà per sempre in questi bambini? Già si sa che quanti hanno visto maltrattamenti in famiglia rischiano di ripeterli, ma cosa ne sarà di chi ha assistito all’omicidio della propria madre? Che futuro emotivo può avere una bambina che ha visto il padre uccidere la mamma? Sul fronte della giustizia, come su quello della prevenzione, dai fondi alle associazioni alle lezioni nelle scuole, a un lavoro capillare di educazione che passi soprattutto attraverso un diverso rispetto delle donne, sono stati versati fiumi d’inchiostro e spese molte parole, ma non accade nulla di concreto. Le reazioni spontanee, locali, di affetto e di denuncia non trovano eco nei nostri governanti. Del resto in Italia non abbiamo una ministra per le Pari Opportunità, la persona di riferimento con cui confrontarsi in questi casi. L’ultima è stata Josepha Idem, dal 28 aprile 2013 al 24 giugno 2013.  Telefono rosa e molte altre donne hanno chiesto e continuano a chiedere che si trovi una sostituta, anche con petizioni on line che non hanno mai avuto risposta. Non pensate che sarebbe utile per cambiare definitivamente rotta? Parliamone…

 

SAMANTHA CRISTOFORETTI

Avevano indicato un futuro possibile i ragazzi del liceo scientifico Touschek nel loro video “Avanti, senza paura” che si è classificato al secondo posto nel concorso indetto da Telefono Rosa per l’otto marzo di quest’anno.  Quello di un mondo dove le differenze di genere non esistono  più tanto che chi vuole fare il politico può immaginarsi come Angela Merkel mentre chi vuole diventare astronauta può sognare di diventare come Samantha Cristoforetti.  Quel futuro sembra sempre più vicino. Anche nel nostro Bel Paese.  Samantha è la prima donna astronauta italiana e , dopo la missione appena compiuta,  è anche la donna che è rimasta più a lungo nello spazio: 199 giorni e 18 ore. Non è l’unico record che ha battuto,  non è l’unica lezione che lascia in eredità. I suoi studi -due lauree e una specializzazione all’estero- la conoscenza di cinque lingue straniere, la durissima selezione che ha dovuto sostenere per guadagnarsi quel posto sulla navicella contro più di 8000 concorrenti, la grande capacità comunicativa, la simpatia. Samantha da sola ha dimostrato che l’impegno e la tenacia premiano,  che si può osare e arrivare dove nessuno prima, che anche una donna italiana sa andare in orbita. E ha saputo conquistarsi l’affetto e la stima anche di chi inizialmente ha giocato, con pesanti battute , sul suo modo di essere, di portare i capelli o semplicemente  sul fatto di essere una donna. Le ricordate le battute al momento della partenza? La misoginia nascosta che continua a vivere in ognuno di noi, uomini e donne.  Dalla difficoltà di posteggiare la navicella a quelle sul taglio dei capelli, sulla necessità di cucinare, sempre e comunque, per gli uomini fino  all’eventualità che fosse raccomandata:  sui social network si è letto di tutto.  Come se non si volesse accettare che anche una donna può.  Fu  Maurizio Crozza a dire per tutti, pubblicamente, su La Sette, che siamo un  “paese di bifolchi” e ha ricordato che la partenza della missione della Cristoforetti non è stata oggetto di una diretta televisiva, su nessuna rete . Auspicando al suo ritorno uno scenario diverso.

L’undici giugno, al rientro sulla terra dell’astronauta, lo scenario era completamente diverso. La diretta televisiva ha documentato l’atterraggio nel Kazakhistan e per Samantha c’è stata un’ovazione. Con l’hashtag #astrosamantha si è giocato di nuovo, ma i toni questa volta erano meno aggressivi, meno sessisti, qualcuno ha parlato ancora di parrucchieri da allertare, qualcuno ha ironizzato sugli sbarchi dei clandestini, altri hanno lamentato la possibilità di vederla troppo spesso ospite dei talk show e dei programmi televisivi, da Fazio in poi. Samantha Cristoforetti ha già risposto nella sua prima videoconferenza da Houston: “L’astronauta non fa la celebrità di mestiere, continuerò a raccontare ma questa esperienza mediatica finirà”. Quanto alla possibilità di diventare un modello per tanti bambini e bambine, ha ammesso, che se anche solo cinque di loro seguiranno le sue orme sarà felice.

Si è detto e scritto molto di Samantha Cristoforetti, come si fa in genere, delle persone che compiono gesta eccezionali. L’attenzione mediatica, la sua capacità di usare i social network, dal blog ai tweet, ne hanno fatto una protagonista dei nostri giorni. Voci controcorrente si sono levate e si levano ancora. Qualche mese fa, sulle pagine di un giornale, qualcuno ha scritto che il suo nome, Samantha,  ricordava quello della famosa serie televisiva “Vita da strega” e quindi non poteva essere celebrato degnamente nelle ricorrenze da calendario e soprattutto che non si può portare a esempio una donna astronauta che vive per troppo tempo lontana dal proprio compagno  e quindi non può generare. In questi giorni, per finire, ha scatenato una ridda di polemiche sui social network anche chi , una donna, si è lamentato della “melassa” che ha avvolto il ritorno in patria dell’astronauta italiana.

La domanda, a questo punto, sorge spontanea: ma è ancora così difficile per una donna essere vincente? Quanto ancora dovremo combattere per essere considerate per il titolo di studio e il nostro talento e non per il taglio dei capelli o la volontà di diventare madri ? Parliamone …