Oggi è un altro giorno, di Natascha Lusenti

oggi è un altro giorno
gennaio 2015

Scritto da Natascha Lusenti

Oggi è un altro giorno e penso a quella volta che presi la pillola del giorno dopo, tanto tempo fa. Non saprei dire a chi appartenesse il dna a cui non volevo rischiare di legarmi nemmeno se ci fosse stata una sola possibilità su un miliardo. Avevo fatto una leggerezza in un anno molto difficile del mio percorso di crescita e ho scordato quella faccia. Forse ho scordato anche quella che avevo io in quei giorni, ma non è per giustificarmi che parlo di un anno molto difficile. Lo fu davvero eppure, se anche non lo fosse stato, quella mattina avrei preso la pillola del giorno dopo perché non volevo restare incinta di quel ragazzo. Ricordo uno strisciante senso di colpa e la determinazione con cui mandai giù il farmaco. Non ne parlai con nessuno, per anni, e da anni ormai l’avevo quasi dimenticato. È stata Hana a farmici ripensare. Hana che ha 25 anni e racconta di aver abortito un feto di tre mesi. Sono le settimane di gestazione in cui si formano i genitali. Allora mi sono chiesta chissà se sarebbe nata una femmina o un maschio. L’uomo che ha goduto di Hana contro la sua volontà voleva farla procreare e voleva un maschio da tirare su come il signore di persone che appartengono al sesso che non è il suo. Hana è stata coraggiosa perché altre ragazze come lei quando restano incinte si uccidono. Per vergogna. Per disperazione. Perché anche gli uomini della loro famiglia porterebbero il buio nella loro vita se sapessero che non sono più immacolate. Senza l’idea di una stanza tutta per sé e nella gabbia di regole scritte da uomini che si aspettano di sapere cosa è meglio per lei, non so come Hana abbia imparato a scegliere per se stessa. E mi sono ricordata delle regole della ragione di Sylvain Maréchal: scrittore, poeta, rivoluzionario nella Francia di cui siamo figli bastardi che scrisse un progetto di legge per vietare alle donne di imparare a leggere e che era convinto che i mariti dovessero essere gli unici libri per le loro mogli. Nel qual caso gli avrei detto, stando allo scherzo: che sia almeno possibile sceglierli e liberarsene se non soddisfacenti

gennaio 2014

Scritto da Natascha Lusenti

Oggi è un altro giorno e mentre guardo mia madre uscire dalla porta mi torna in mente quella volta in cui ero in vacanza su una piccola isola siciliana e una notte, d’improvviso, mi svegliai, mi misi seduta sul letto e dissi ad alta voce di sapere che la donna che mi ha partorita stava male. Ed era vero. Era successo 24 ore prima. Poi ho pensato a una mia amica che qualche tempo fa mi ha scritto per sapere come stavo, perché non mi sentiva da un po’ e diceva di avermi sognata per due notti di seguito e che questo l’aveva convinta che ci fosse qualcosa che non andava. Ed era vero. Allora mi sono ricordata della sorella di Virginia Woolf. Non quella di sangue, che si chiamava Vanessa e dipingeva quadri, bensì quella che si era scelta nella vita: ogni ragazza, cioè, a cui cercava di dire di non avere paura di prendersi il proprio posto nel mondo, anche se là fuori a volte sei sola e non c’è nessuno a cui appoggiarti. E penso che solo avendo il coraggio di abituarsi alla libertà, che è una compagna spigolosa, potremo imparare a darci una mano tra noi sorelle. Non so quante volte ho riletto l’ultima pagina di Una stanza tutta per sé e le parole con cui la scrittrice conclude il suo saggio del 1929: vale la pena.

(per le donne che hanno saputo tenermi per mano e indicarmi la via, ogni volta che mi sono persa)

novembre 2013

Scritto da Natascha Lusenti

Oggi è un altro giorno di una settimana in cui un padre e una figlia hanno affrontato un esame del Dna da mettere agli atti nel procedimento giudiziario in cui una ragazza di 16 anni accusa di stupro cinque ragazzi a cui era legata dal vincolo dell’amicizia. Non conosco il nome della ragazza, ma la sua età mi colpisce e mi ricorda un pomeriggio di primavera. Avevo, appunto, 16 anni. Camminavo su un viale alberato. Portavo una gonna molto corta e per la prima volta mi sentivo femmina. Non avevo mai avuto una gonna così corta. Viola, di maglina, a coste sottili. Camminavo a passo svelto, come al mio solito. Dovevo avere l’odore di una vergine che è uscita di casa senza avvertire. Superai un uomo. Non ricordo quanti anni aveva, ma non mi sembrava così vecchio da non considerarlo un maschio. Anzi, la memoria mi restituisce quell’azione come un gesto di sfida: ti camminerò davanti, dovrai guardarmi e io saprò di cosa ti faccio venire voglia. Mi ricordo la voce, sussurrata: sei tutta da stuprare. Me lo disse proprio mentre lo affiancavo con le gambe lunghe e nude che conquistavano il selciato. Sulla schiena sentii un brivido. Di paura. Di eccitazione. Mi chiesi fin dove poteva vedermi, quanti centimetri della mia pelle gli stavo concedendo. Poi mi sentii in colpa e mi ricordai di mio padre che si era arrabbiato con mia madre perché secondo lui non potevo andare a scuola con una gonna così corta. È stato in quel momento che ho deciso che avrei continuato a portare le gonne corte o lunghe, come mi pareva. E che i maschi sono predatori e bisogna stare in guardia. Oggi mi vengono in mente le parole di Camille Paglia quando dice che se non vuoi rischiare di essere stuprata, puoi startene a casa con la mamma a limarti le unghie. È una frase cruda, come la realtà quando sei da sola e nessuno può aiutarti. È una frase violenta, come quando ti sbattono sul cofano di un’auto in un parco in mezzo al nulla e tu sei sicura che ora abuseranno di te. O potrebbe succedere in un bagno, ad una festa, con dei ragazzi che consideri tuoi amici. È una frase che dice la verità su noi ragazze: se te ne vai per il mondo, corri dei rischi e potrebbe succedere qualcosa di brutto, ma tu non devi provare vergogna perché non fai niente di sbagliato. Perciò ho ritagliato la lettera di quel padre a sua figlia, perché dice che è fiero di lei che ha affrontato il sospetto della gente di essersela cercata. La gente, se ti succede qualcosa di brutto, pensa che una ragazza farebbe meglio a stare a casa con la mamma a limarsi le unghie. Io voglio bene a mia madre e mi capita di limarmi le unghie, ma non ho mai rinunciato a vedere il mondo.

(per una ragazza di Modena e per i suoi genitori)

ottobre 2013

Scritto da Natascha Lusenti

Oggi è un altro giorno e mentre leggo un articolo sul giornale penso alla prima volta che andai dal ginecologo. Avevo intorno ai 12 anni. Mia madre scelse il medico e non mi disse altro. Forse ci andai perché ero diventata una donna e ancora me lo ricordo, il giorno che ero diventata una donna. Me ne andavo in giro per casa ignorando mio fratello, benché guardandolo, con la coda dell’occhio, mi fosse parso di vedere in lui una certa curiosità per il mio stato. L’aveva detto mia madre, è stata lei a far girare in famiglia la voce che era accaduta una gran cosa e allora ci ho creduto anche io: ero diventata una donna. Perciò, credo, fui accompagnata dal ginecologo. Entrai da sola. Fu lui a volerlo e mi disse anche di prepararmi. Cosa intendeva dire? Me lo spiegò. Dopo qualche minuto, mi sdraiai sul lettino. Mi sentivo sporca e in colpa. Mentre aspettavo, guardavo quei due ferri che terminavano in una specie di cerchio. Sembravano dover sostenere qualcosa e avevano un’aria minacciosa. Uno a destra, uno a sinistra, in fondo al lettino. Avevano anche l’aria di essere freddi. E lo erano. L’ho scoperto quando il medico mi ha detto di mettere i piedi sopra quei due ferri. Uno a destra, uno a sinistra. Ricordo il terrore che mi invase le vene, ma mi avevano insegnato ad ubbidire e ho ubbidito. Ricordo la vergogna, perché era molto più fredda del ferro. Allora ho capito che mia madre si sbagliava. È stato in quel momento, infatti, e non prima, che sono diventata una donna.

(per le 53 madri di Busso, un villaggio nel sud-ovest dell’Etiopia, che hanno accettato di fare la loro prima visita ginecologica)

settembre 2013

Scritto da Natascha Lusenti

Oggi è un altro giorno e mentre stendo la crema sul mio viso incontro il naso e la sua cartilagine e l’osso del setto e mi metto a pensare a quella volta che un ragazzo quasi lo spaccò a una ragazza che conoscevo. Ricordo che faceva caldo. E ricordo la porta aperta sul bagno minuscolo nel quale la ragazza lavava dei panni a mano. Il ragazzo e lei stavano litigando. Lei sapeva che non potevano continuare a stare insieme, ma non aveva il coraggio di dirlo ad alta voce. Credo che fosse lo stesso per lui. Lei doveva fare i conti con se stessa. Lui doveva fare i conti con gli amici e la famiglia. Lei era giovane, lui un po’ meno. Stavano litigando e lui le tirò un pugno in faccia. Le colpì il naso, molto forte. Ricordo il dolore di lei e lo stupore. Credo che l’abbia cacciato di casa o forse se ne andò lui dall’appartamento che lei condivideva con due compagne dell’università. Fu portata all’ospedale da un amico. Poi lei raccontò. Era stata seduta davanti a un medico che le chiedeva cosa le fosse successo. Lei aveva detto: ho sbattuto contro una porta. Il medico le aveva chiesto se era sicura della risposta. Lei aveva detto: ho sbattuto contro una porta. Il medico l’aveva guardata con tristezza e lei se n’era andata trascinandosi dietro delle catene pesanti. Ci sarebbero voluti altri sei mesi prima che lei lo lasciasse. Lei non ricorda che lui le abbia mai chiesto scusa. Oggi io, che ero quella ragazza, mi sono perdonata.

(dedicato a Ilaria Pagliarulo che a vent’anni è stata uccisa dal suo fidanzato)

settembre 2013

Scritto da Natascha Lusenti

Oggi è un altro giorno e mentre mi lavavo i capelli mi è finito dello shampoo negli occhi che hanno cominciato a lacrimare. Allora mi è venuto in mente il ragazzo che piangeva, in una galleria d’arte contemporanea. Se ne stava lì, immobile, nel bronzo in cui l’artista l’ha scolpito e dava le spalle al ricordo più bello della sua infanzia: palafitte sull’acqua e un pezzo di spiaggia vicino alla casa del nonno. Accanto a lui, un compagno di giochi. Erano entrambi sotto il sole e attraverso la tela del quadro mi sembrava quasi di sentire il calore dei raggi sulla pelle. L’adolescente forse aveva nostalgia del suo tempo di bambino o della famiglia che è rimasta nel Paese da cui lui è emigrato. Forse perciò piangeva, come sospeso in un tempo di dolore e le sue lacrime si raccoglievano in un canale di rame. Seguendo il rivolo, sono arrivata nell’ultimo spazio della mostra dove c’erano una volpe imbalsamata e un piccolo lago. Le lacrime del ragazzo sgorgavano dal canale come da un affluente e formavano lo specchio d’acqua che nutriva l’erba e i pini tutto intorno. E vedendo quelle radici ingrossate dal dolore ho pensato alla ragazza che ha testimoniato in un processo trasmesso in diretta televisiva. Si chiama Michelle e ha passato gli ultimi undici anni della sua vita senza poter uscire da una camera con le porte e le finestre sbarrate. Michelle è stata sequestrata e violentata. Dopo di lei, è arrivata un’altra ragazza. E poi un’altra ancora. Sono state là sotto, insieme, per dieci anni. Michelle è l’unica che ha voluto parlare in aula, davanti all’uomo che le ha rubato un pezzo di vita. La telecamera era stretta sul suo profilo e in tivù si sono viste le lacrime e si è visto gocciolare il muco dal suo naso mentre dichiarava che non gli avrebbe più permesso di deriderla e disprezzarla e tormentarla dicendo che la sua famiglia non la stava nemmeno cercando. L’uomo è stato condannato all’ergastolo e al silenzio perenne, perciò credo che lei parlasse più dei suoi incubi che della realtà, perché lui ora non potrà più farle del male. I giornalisti hanno scritto che Michelle è una donna coraggiosa. Gli psicologi hanno detto che un trauma così è duro da superare, ma che nel futuro ci possono essere comunque gioia e serenità per tutte e tre le ragazze. Io non so cosa faranno, ma ricorderò la forza nella voce di Michelle e la scelta delle parole che volevano dire che per quanto dipende da lei, vivrà la sua vita.
(per Marilia Rodrigues Silva Martins, ragazza brasiliana che viveva con il trolley in mano e il sorriso sulla faccia)

luglio 2013

Scritto da Natascha Lusenti

Oggi è un altro giorno e seduta vicino a me c’è una donna con un piccoletto di pochi mesi che ha le guance e le cosce e i polpacci rotondi di carne da mordicchiare. È un maschio. All’inizio del viaggio gli ho stretto una mano che allungava verso di me e la donna mi ha detto: non si faccia mordere, ha due dentini che gli stanno spuntando. Lo guardo e mi chiedo che figlio sarà con sua madre e che compagno sarà con le donne che lo ameranno. E mi viene in mente il ragazzino che ho visto ieri ad un semaforo. La famiglia era schierata su una linea orizzontale. A destra di tutti lui, come un argine. Poi la sorella di poco più piccola che con la mano sinistra teneva un passeggino con dentro l’altro fratello. E poi la madre e il padre. Il ragazzino era intorno ai cinque anni. Ha preso la mano della sorellina che l’ha scostata. Lui si è girato a guardarla. Lei ha restituito lo sguardo. Non si sono detti una parola, ma discutevano. Autonomia e protezione a confronto: sembrava trattarsi di questo. Lui ha voltato la testa verso il semaforo e ha allungato di nuovo la mano e questa volta lei gliel’ha concessa. Allora ho pensato a una ricerca secondo cui gli uomini che crescono avendo intorno delle donne sono più generosi e fanno di più il lavoro di cura e votano leggi che difendono la nostra libertà di scelta e ci pagano meglio. E ho pensato che gli uomini migliori che ho incontrato e amato hanno avuto sorelle o figlie, non solo madri. E ho pensato a mio fratello che quando eravamo piccoli diceva di essere il mio sorellino. Poi ho guardato di nuovo la grassa vongola in braccio a sua madre. Dormiva. E ho chiuso gli occhi anch’io.

(per le bambine e i bambini che non hanno paura di conoscersi e per mio fratello Michael)

luglio 2013

Scritto da Natascha Lusenti

Oggi è un altro giorno e mentre passeggiavo ho visto la vetrina di una pasticceria e mi sono ricordata che è stato da poco il compleanno di una giovane donna che mi piacerebbe conoscere. E mi sono chiesta come sarà stata la torta con cui ha festeggiato i suoi anni che sono 17, che secondo me è un bel numero, anche se forse voi direte che sono troppo pochi per chiamarla una giovane donna. Eppure, lei lo è. È una donna, benché ancora minorenne, e ha deciso da tempo chi vuole essere. Innanzitutto, vuole andare a scuola e imparare quello di cui ha bisogno per muoversi nel mondo e per scegliere il suo posto. Allora mi è venuta in mente la mia professoressa di tedesco alle medie. Aveva i capelli rossi e le unghie rosicchiate, ma non è vero che chi si mangia le unghie è insicuro perché lei non lo era per niente. Si chiamava Esther e aveva le gambe secche e un grande seno che sarebbe piaciuto a Federico Fellini e che piaceva molto ai miei compagni di classe. Lei è stata la prima ad insegnarmi che non c’è niente che una donna non possa fare. Durante le lezioni la guardavo con ammirazione perché parlava molte lingue e tutte molto bene e perché aveva il brevetto di volo. E mi chiedevo come fosse stata capace di imparare a fare una cosa che a me sembrava così difficile. Deve avere fatto come Malala: ha scelto quello che le piaceva. E ho pensato che sarebbe stato bello vedere arrivare Malala a New York, per il suo discorso all’Onu, su un aereo pilotato da Esther. E ho pensato che piacerebbe anche a me, volare su un aereo guidato da lei.

(per Malala Yousafzai, attivista per i diritti delle donne, e per Esther, professoressa di tedesco e pilota)

luglio 2013

Scritto da Natascha Lusenti

Oggi è un altro giorno e avrò tempo per pensare alla cagnetta con le zampe storte che da piccola è così felice da dimenticare la fame della vita randagia.Da piccola, Petruska è felice perché è bello mettere il muso nella terra e correre in mezzo all’erba. Da piccola, Petruska è felice perché è bello essere vivi e guardare il sole che ogni mattina viene su e ogni sera scende giù. Quando smette di essere piccola, Petruska incontra un uomo che sacrifica la sua fiducia negli altri nel nome della scienza.Sarà lei il primo essere vivente a finire dentro lo spazio. E sarà sola dentro tutto quel nero. Sarà lei la prima a muoversi fuori dall’orbita circolare. E quando tornerà, avrà odorato su di sé lo spavento del vuoto e dell’assenza e del silenzio. Nel racconto che ho letto ieri, c’è Petruska dentro una navicella spaziale. Nella storia di Voyager 1, c’è solo la navicella spaziale che è partita il 5 settembre 1977 e che potrebbe essere il primo oggetto costruito dall’uomo a lasciare il sistema solare. Allora ho pensato che mi sarebbe piaciuto che quel giorno ci fosse stata anche Margherita Hack, per sentirla raccontare i messaggi di una sonda spaziale che ha superato l’eliosfera. E ho pensato che mi sarebbe piaciuto che quel giorno ci fosse stata anche Silvia che è finita dentro un freezer. Mi sarebbe piaciuto perché avevamo quasi la stessa età, perché anche lei aveva un pezzo di vita a Pavia, perché anche lei scriveva per sentirsi meno male. Perché è bello essere vivi, se puoi scegliere di mettere il muso nella terra e di correre in mezzo all’erba.

(per Margherita Hack, astrofisica, e per Silvia Caramazza, commercialista)

http://www.telefonorosa.it/no-titolo/

27 GENNAIO 2015

Scritto da Natascha Lusenti

Oggi è un altro giorno e penso a quella volta che presi la pillola del giorno dopo, tanto tempo fa. Non saprei dire a chi appartenesse il dna a cui non volevo rischiare di legarmi nemmeno se ci fosse stata una sola possibilità su un miliardo. Avevo fatto una leggerezza in un anno molto difficile del mio percorso di crescita e ho scordato quella faccia. Forse ho scordato anche quella che avevo io in quei giorni, ma non è per giustificarmi che parlo di un anno molto difficile. Lo fu davvero eppure, se anche non lo fosse stato, quella mattina avrei preso la pillola del giorno dopo perché non volevo restare incinta di quel ragazzo. Ricordo uno strisciante senso di colpa e la determinazione con cui mandai giù il farmaco. Non ne parlai con nessuno, per anni, e da anni ormai l’avevo quasi dimenticato. È stata Hana a farmici ripensare. Hana che ha 25 anni e racconta di aver abortito un feto di tre mesi. Sono le settimane di gestazione in cui si formano i genitali. Allora mi sono chiesta chissà se sarebbe nata una femmina o un maschio. L’uomo che ha goduto di Hana contro la sua volontà voleva farla procreare e voleva un maschio da tirare su come il signore di persone che appartengono al sesso che non è il suo. Hana è stata coraggiosa perché altre ragazze come lei quando restano incinte si uccidono. Per vergogna. Per disperazione. Perché anche gli uomini della loro famiglia porterebbero il buio nella loro vita se sapessero che non sono più immacolate. Senza l’idea di una stanza tutta per sé e nella gabbia di regole scritte da uomini che si aspettano di sapere cosa è meglio per lei, non so come Hana abbia imparato a scegliere per se stessa. E mi sono ricordata delle regole della ragione di Sylvain Maréchal: scrittore, poeta, rivoluzionario nella Francia di cui siamo figli bastardi che scrisse un progetto di legge per vietare alle donne di imparare a leggere e che era convinto che i mariti dovessero essere gli unici libri per le loro mogli. Nel qual caso gli avrei detto, stando allo scherzo: che sia almeno possibile sceglierli e liberarsene se non soddisfacenti

Scritto da Natascha Lusenti

Oggi è un altro giorno e mentre guardo mia madre uscire dalla porta mi torna in mente quella volta in cui ero in vacanza su una piccola isola siciliana e una notte, d’improvviso, mi svegliai, mi misi seduta sul letto e dissi ad alta voce di sapere che la donna che mi ha partorita stava male. Ed era vero. Era successo 24 ore prima. Poi ho pensato a una mia amica che qualche tempo fa mi ha scritto per sapere come stavo, perché non mi sentiva da un po’ e diceva di avermi sognata per due notti di seguito e che questo l’aveva convinta che ci fosse qualcosa che non andava. Ed era vero. Allora mi sono ricordata della sorella di Virginia Woolf. Non quella di sangue, che si chiamava Vanessa e dipingeva quadri, bensì quella che si era scelta nella vita: ogni ragazza, cioè, a cui cercava di dire di non avere paura di prendersi il proprio posto nel mondo, anche se là fuori a volte sei sola e non c’è nessuno a cui appoggiarti. E penso che solo avendo il coraggio di abituarsi alla libertà, che è una compagna spigolosa, potremo imparare a darci una mano tra noi sorelle. Non so quante volte ho riletto l’ultima pagina di Una stanza tutta per sé e le parole con cui la scrittrice conclude il suo saggio del 1929: vale la pena.

(per le donne che hanno saputo tenermi per mano e indicarmi la via, ogni volta che mi sono persa)

http://www.telefonorosa.it/718/

Scritto da Natascha Lusenti

Oggi è un altro giorno di una settimana in cui un padre e una figlia hanno affrontato un esame del Dna da mettere agli atti nel procedimento giudiziario in cui una ragazza di 16 anni accusa di stupro cinque ragazzi a cui era legata dal vincolo dell’amicizia. Non conosco il nome della ragazza, ma la sua età mi colpisce e mi ricorda un pomeriggio di primavera. Avevo, appunto, 16 anni. Camminavo su un viale alberato. Portavo una gonna molto corta e per la prima volta mi sentivo femmina. Non avevo mai avuto una gonna così corta. Viola, di maglina, a coste sottili. Camminavo a passo svelto, come al mio solito. Dovevo avere l’odore di una vergine che è uscita di casa senza avvertire. Superai un uomo. Non ricordo quanti anni aveva, ma non mi sembrava così vecchio da non considerarlo un maschio. Anzi, la memoria mi restituisce quell’azione come un gesto di sfida: ti camminerò davanti, dovrai guardarmi e io saprò di cosa ti faccio venire voglia. Mi ricordo la voce, sussurrata: sei tutta da stuprare. Me lo disse proprio mentre lo affiancavo con le gambe lunghe e nude che conquistavano il selciato. Sulla schiena sentii un brivido. Di paura. Di eccitazione. Mi chiesi fin dove poteva vedermi, quanti centimetri della mia pelle gli stavo concedendo. Poi mi sentii in colpa e mi ricordai di mio padre che si era arrabbiato con mia madre perché secondo lui non potevo andare a scuola con una gonna così corta. È stato in quel momento che ho deciso che avrei continuato a portare le gonne corte o lunghe, come mi pareva. E che i maschi sono predatori e bisogna stare in guardia. Oggi mi vengono in mente le parole di Camille Paglia quando dice che se non vuoi rischiare di essere stuprata, puoi startene a casa con la mamma a limarti le unghie. È una frase cruda, come la realtà quando sei da sola e nessuno può aiutarti. È una frase violenta, come quando ti sbattono sul cofano di un’auto in un parco in mezzo al nulla e tu sei sicura che ora abuseranno di te. O potrebbe succedere in un bagno, ad una festa, con dei ragazzi che consideri tuoi amici. È una frase che dice la verità su noi ragazze: se te ne vai per il mondo, corri dei rischi e potrebbe succedere qualcosa di brutto, ma tu non devi provare vergogna perché non fai niente di sbagliato. Perciò ho ritagliato la lettera di quel padre a sua figlia, perché dice che è fiero di lei che ha affrontato il sospetto della gente di essersela cercata. La gente, se ti succede qualcosa di brutto, pensa che una ragazza farebbe meglio a stare a casa con la mamma a limarsi le unghie. Io voglio bene a mia madre e mi capita di limarmi le unghie, ma non ho mai rinunciato a vedere il mondo.

(per una ragazza di Modena e per i suoi genitori)

http://www.telefonorosa.it/715/

Scritto da Natascha Lusenti

Oggi è un altro giorno e mentre leggo un articolo sul giornale penso alla prima volta che andai dal ginecologo. Avevo intorno ai 12 anni. Mia madre scelse il medico e non mi disse altro. Forse ci andai perché ero diventata una donna e ancora me lo ricordo, il giorno che ero diventata una donna. Me ne andavo in giro per casa ignorando mio fratello, benché guardandolo, con la coda dell’occhio, mi fosse parso di vedere in lui una certa curiosità per il mio stato. L’aveva detto mia madre, è stata lei a far girare in famiglia la voce che era accaduta una gran cosa e allora ci ho creduto anche io: ero diventata una donna. Perciò, credo, fui accompagnata dal ginecologo. Entrai da sola. Fu lui a volerlo e mi disse anche di prepararmi. Cosa intendeva dire? Me lo spiegò. Dopo qualche minuto, mi sdraiai sul lettino. Mi sentivo sporca e in colpa. Mentre aspettavo, guardavo quei due ferri che terminavano in una specie di cerchio. Sembravano dover sostenere qualcosa e avevano un’aria minacciosa. Uno a destra, uno a sinistra, in fondo al lettino. Avevano anche l’aria di essere freddi. E lo erano. L’ho scoperto quando il medico mi ha detto di mettere i piedi sopra quei due ferri. Uno a destra, uno a sinistra. Ricordo il terrore che mi invase le vene, ma mi avevano insegnato ad ubbidire e ho ubbidito. Ricordo la vergogna, perché era molto più fredda del ferro. Allora ho capito che mia madre si sbagliava. È stato in quel momento, infatti, e non prima, che sono diventata una donna.

(per le 53 madri di Busso, un villaggio nel sud-ovest dell’Etiopia, che hanno accettato di fare la loro prima visita ginecologica)

http://www.telefonorosa.it/713/

Scritto da Natascha Lusenti

Oggi è un altro giorno e mentre stendo la crema sul mio viso incontro il naso e la sua cartilagine e l’osso del setto e mi metto a pensare a quella volta che un ragazzo quasi lo spaccò a una ragazza che conoscevo. Ricordo che faceva caldo. E ricordo la porta aperta sul bagno minuscolo nel quale la ragazza lavava dei panni a mano. Il ragazzo e lei stavano litigando. Lei sapeva che non potevano continuare a stare insieme, ma non aveva il coraggio di dirlo ad alta voce. Credo che fosse lo stesso per lui. Lei doveva fare i conti con se stessa. Lui doveva fare i conti con gli amici e la famiglia. Lei era giovane, lui un po’ meno. Stavano litigando e lui le tirò un pugno in faccia. Le colpì il naso, molto forte. Ricordo il dolore di lei e lo stupore. Credo che l’abbia cacciato di casa o forse se ne andò lui dall’appartamento che lei condivideva con due compagne dell’università. Fu portata all’ospedale da un amico. Poi lei raccontò. Era stata seduta davanti a un medico che le chiedeva cosa le fosse successo. Lei aveva detto: ho sbattuto contro una porta. Il medico le aveva chiesto se era sicura della risposta. Lei aveva detto: ho sbattuto contro una porta. Il medico l’aveva guardata con tristezza e lei se n’era andata trascinandosi dietro delle catene pesanti. Ci sarebbero voluti altri sei mesi prima che lei lo lasciasse. Lei non ricorda che lui le abbia mai chiesto scusa. Oggi io, che ero quella ragazza, mi sono perdonata.

(dedicato a Ilaria Pagliarulo che a vent’anni è stata uccisa dal suo fidanzato)

http://www.telefonorosa.it/711/

Scritto da Natascha Lusenti

Oggi è un altro giorno e mentre mi lavavo i capelli mi è finito dello shampoo negli occhi che hanno cominciato a lacrimare. Allora mi è venuto in mente il ragazzo che piangeva, in una galleria d’arte contemporanea. Se ne stava lì, immobile, nel bronzo in cui l’artista l’ha scolpito e dava le spalle al ricordo più bello della sua infanzia: palafitte sull’acqua e un pezzo di spiaggia vicino alla casa del nonno. Accanto a lui, un compagno di giochi. Erano entrambi sotto il sole e attraverso la tela del quadro mi sembrava quasi di sentire il calore dei raggi sulla pelle. L’adolescente forse aveva nostalgia del suo tempo di bambino o della famiglia che è rimasta nel Paese da cui lui è emigrato. Forse perciò piangeva, come sospeso in un tempo di dolore e le sue lacrime si raccoglievano in un canale di rame. Seguendo il rivolo, sono arrivata nell’ultimo spazio della mostra dove c’erano una volpe imbalsamata e un piccolo lago. Le lacrime del ragazzo sgorgavano dal canale come da un affluente e formavano lo specchio d’acqua che nutriva l’erba e i pini tutto intorno. E vedendo quelle radici ingrossate dal dolore ho pensato alla ragazza che ha testimoniato in un processo trasmesso in diretta televisiva. Si chiama Michelle e ha passato gli ultimi undici anni della sua vita senza poter uscire da una camera con le porte e le finestre sbarrate. Michelle è stata sequestrata e violentata. Dopo di lei, è arrivata un’altra ragazza. E poi un’altra ancora. Sono state là sotto, insieme, per dieci anni. Michelle è l’unica che ha voluto parlare in aula, davanti all’uomo che le ha rubato un pezzo di vita. La telecamera era stretta sul suo profilo e in tivù si sono viste le lacrime e si è visto gocciolare il muco dal suo naso mentre dichiarava che non gli avrebbe più permesso di deriderla e disprezzarla e tormentarla dicendo che la sua famiglia non la stava nemmeno cercando. L’uomo è stato condannato all’ergastolo e al silenzio perenne, perciò credo che lei parlasse più dei suoi incubi che della realtà, perché lui ora non potrà più farle del male. I giornalisti hanno scritto che Michelle è una donna coraggiosa. Gli psicologi hanno detto che un trauma così è duro da superare, ma che nel futuro ci possono essere comunque gioia e serenità per tutte e tre le ragazze. Io non so cosa faranno, ma ricorderò la forza nella voce di Michelle e la scelta delle parole che volevano dire che per quanto dipende da lei, vivrà la sua vita.
(per Marilia Rodrigues Silva Martins, ragazza brasiliana che viveva con il trolley in mano e il sorriso sulla faccia)

http://www.telefonorosa.it/709/

Scritto da Natascha Lusenti

Oggi è un altro giorno e seduta vicino a me c’è una donna con un piccoletto di pochi mesi che ha le guance e le cosce e i polpacci rotondi di carne da mordicchiare. È un maschio. All’inizio del viaggio gli ho stretto una mano che allungava verso di me e la donna mi ha detto: non si faccia mordere, ha due dentini che gli stanno spuntando. Lo guardo e mi chiedo che figlio sarà con sua madre e che compagno sarà con le donne che lo ameranno. E mi viene in mente il ragazzino che ho visto ieri ad un semaforo. La famiglia era schierata su una linea orizzontale. A destra di tutti lui, come un argine. Poi la sorella di poco più piccola che con la mano sinistra teneva un passeggino con dentro l’altro fratello. E poi la madre e il padre. Il ragazzino era intorno ai cinque anni. Ha preso la mano della sorellina che l’ha scostata. Lui si è girato a guardarla. Lei ha restituito lo sguardo. Non si sono detti una parola, ma discutevano. Autonomia e protezione a confronto: sembrava trattarsi di questo. Lui ha voltato la testa verso il semaforo e ha allungato di nuovo la mano e questa volta lei gliel’ha concessa. Allora ho pensato a una ricerca secondo cui gli uomini che crescono avendo intorno delle donne sono più generosi e fanno di più il lavoro di cura e votano leggi che difendono la nostra libertà di scelta e ci pagano meglio. E ho pensato che gli uomini migliori che ho incontrato e amato hanno avuto sorelle o figlie, non solo madri. E ho pensato a mio fratello che quando eravamo piccoli diceva di essere il mio sorellino. Poi ho guardato di nuovo la grassa vongola in braccio a sua madre. Dormiva. E ho chiuso gli occhi anch’io.

(per le bambine e i bambini che non hanno paura di conoscersi e per mio fratello Michael)

http://www.telefonorosa.it/707/

Scritto da Natascha Lusenti

Oggi è un altro giorno e mentre passeggiavo ho visto la vetrina di una pasticceria e mi sono ricordata che è stato da poco il compleanno di una giovane donna che mi piacerebbe conoscere. E mi sono chiesta come sarà stata la torta con cui ha festeggiato i suoi anni che sono 17, che secondo me è un bel numero, anche se forse voi direte che sono troppo pochi per chiamarla una giovane donna. Eppure, lei lo è. È una donna, benché ancora minorenne, e ha deciso da tempo chi vuole essere. Innanzitutto, vuole andare a scuola e imparare quello di cui ha bisogno per muoversi nel mondo e per scegliere il suo posto. Allora mi è venuta in mente la mia professoressa di tedesco alle medie. Aveva i capelli rossi e le unghie rosicchiate, ma non è vero che chi si mangia le unghie è insicuro perché lei non lo era per niente. Si chiamava Esther e aveva le gambe secche e un grande seno che sarebbe piaciuto a Federico Fellini e che piaceva molto ai miei compagni di classe. Lei è stata la prima ad insegnarmi che non c’è niente che una donna non possa fare. Durante le lezioni la guardavo con ammirazione perché parlava molte lingue e tutte molto bene e perché aveva il brevetto di volo. E mi chiedevo come fosse stata capace di imparare a fare una cosa che a me sembrava così difficile. Deve avere fatto come Malala: ha scelto quello che le piaceva. E ho pensato che sarebbe stato bello vedere arrivare Malala a New York, per il suo discorso all’Onu, su un aereo pilotato da Esther. E ho pensato che piacerebbe anche a me, volare su un aereo guidato da lei.

(per Malala Yousafzai, attivista per i diritti delle donne, e per Esther, professoressa di tedesco e pilota)

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Scritto da Natascha Lusenti

Oggi è un altro giorno e avrò tempo per pensare alla cagnetta con le zampe storte che da piccola è così felice da dimenticare la fame della vita randagia.Da piccola, Petruska è felice perché è bello mettere il muso nella terra e correre in mezzo all’erba. Da piccola, Petruska è felice perché è bello essere vivi e guardare il sole che ogni mattina viene su e ogni sera scende giù. Quando smette di essere piccola, Petruska incontra un uomo che sacrifica la sua fiducia negli altri nel nome della scienza.Sarà lei il primo essere vivente a finire dentro lo spazio. E sarà sola dentro tutto quel nero. Sarà lei la prima a muoversi fuori dall’orbita circolare. E quando tornerà, avrà odorato su di sé lo spavento del vuoto e dell’assenza e del silenzio. Nel racconto che ho letto ieri, c’è Petruska dentro una navicella spaziale. Nella storia di Voyager 1, c’è solo la navicella spaziale che è partita il 5 settembre 1977 e che potrebbe essere il primo oggetto costruito dall’uomo a lasciare il sistema solare. Allora ho pensato che mi sarebbe piaciuto che quel giorno ci fosse stata anche Margherita Hack, per sentirla raccontare i messaggi di una sonda spaziale che ha superato l’eliosfera. E ho pensato che mi sarebbe piaciuto che quel giorno ci fosse stata anche Silvia che è finita dentro un freezer. Mi sarebbe piaciuto perché avevamo quasi la stessa età, perché anche lei aveva un pezzo di vita a Pavia, perché anche lei scriveva per sentirsi meno male. Perché è bello essere vivi, se puoi scegliere di mettere il muso nella terra e di correre in mezzo all’erba.

(per Margherita Hack, astrofisica, e per Silvia Caramazza, commercialista)

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