Centro di orientamento per i diritti delle donne | CF. 96169350582

“Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti. È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la
testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca.
Cammino…”

Vengono i brividi ad ascoltare queste parole. Soprattutto a una donna. Sono di Franca Rame- le avrete forse ricordate – le scriveva nel 1975. Un monologo che ha raccontato a un’Italia ancora inconsapevole come ci si senta dopo uno stupro. Più o meno nello stesso periodo il famoso documentario “Processo per stupro” di Loredana Rotondo dimostrava, a quella stessa Italia, come una vittima di violenza potesse trasformarsi rapidamente in imputato per le domande a cui era sottoposta. Una seconda violenza, dunque. Quasi quaranta anni dopo molte cose sono cambiate , la consapevolezza forse è più diffusa, ma per denunciare uno stupro dobbiamo tornare ancora a quelle parole, a quella rabbia, a quel dolore descritti da Franca Rame. Sono sempre gli stessi. E gli episodi si ripetono. Basta dare un’occhiata ai quotidiani degli ultimi mesi. “Studentessa francese violentata in treno, davanti agli altri passeggeri”.

E’ accaduto la notte tra il 4 e il 5 febbraio sulla linea che va da Parigi a Melun. “Universitaria stuprata dopo la festa da un amico”, accade a Rende, in provincia di Cosenza, sempre a febbraio e ancora , nel riminese, l’agghiacciante storia di una ragazzina violentata per otto anni dai fratelli, senza che nessuno, nemmeno la madre,
credesse alle sue parole. Per non parlare della tredicenne di Torino, abusata dai compagni di classe che la minacciavano di divulgare le foto scattate durante le violenze. Nel resto del mondo succede di peggio. In India, per esempio, lo stupro equivale quasi a una condanna a morte. E in Italia le trentacinque coltellate sferrate, secondo l’accusa, da Salvatore Parolisi alla moglie Melania non valgono in aula l’aggravante della crudeltà.

Così si spiega la presa di posizione di Telefono Rosa che ha deciso di costituirsi parte civile, insieme al Campidoglio, nel processo contro Simone Borgese, reo confesso dello stupro di una tassista a Roma. L’associazione lo aveva già fatto per altri casi, tornerà in aula per tutelare questa donna, vigilare sulla sentenza, proteggerla dal clamore che il caso ha sollevato e aiutarla ad affrontare il suo dolore, tutto personale.
L’episodio riportato sulle prime pagine dei quotidiani e da tutti i telegiornali, a maggio, ha sollevato il problema sicurezza delle donne che lavorano a contatto con il pubblico, è diventato una specie di simbolo. Non si può pensare di subire una violenza sul posto di lavoro, così come non si dovrebbe morire in un cantiere.

Abbiamo scoperto leggendo le testimonianze di numerose tassiste come siano esposte a rischi continui, di come debbano stare attente quando i clienti chiedono di essere accompagnati in strade quasi isolate, magari facendo discorsi al limite dell’accettabile. Si è parlato di rimedi possibili, dalla barriera divisoria tra tassista e
cliente, come nelle auto gialle di New York per esempio, a un registro pubblico con nomi, foto e dati degli stupratori: un’ipotesi questa avanzata con una petizione on line dalle colleghe della donna abusata, sotto il titolo di “Preferenziale rosa”. Sarebbe uno strumento utile per tutte, dicono, anche per chi non lavora a contatto con il pubblico.
La vergogna non può essere solo di chi ha subito violenza. E Borgese forse aveva già tentato altre violenze, sarebbe stato riconosciuto. Anche sull’ipotesi di un registro degli stupratori però ci sono state polemiche e prese di posizione.
Ma poi, viene da pensare, alla fine le parole non bastano e nemmeno i registri, non si può girare con il kit di fotografie in tasca, anche se la gogna mediatica potrebbe in qualche modo servire come freno. La violenza, lo stupro non sono un problema di sola sicurezza, di chi lavora a contatto con il pubblico, ma un problema di tutte le donne: pensiamo alle studentesse, a chi è ferma da sola a una fermata dell’autobus, in una zona isolata, a chi accetta un passaggio a casa da un amico, a chi viene stordita da qualche droga in discoteca. Occorre prevenire, insegnare, spiegare. Cambiare mentalità. Far capire anche agli uomini, agli adolescenti che uno stupro lascia il segno, è per sempre.

“Mi fanno male anche i capelli”…Non c’è violenza più grande

Stella Maggi

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