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Stella Maggi ci ha inviato la recensione di un interessante romanzo “Storie sui fili” che tratta il tema della violenza assistita.

…“Lascia stare la mia mamma!” Mi rialzo e lo guardo coi denti stretti. Nelle sue guance grasse, spuntano delle goccioline rosse. Si volta ed esce dalla cucina. La mamma gli corre dietro. Oggi sono un gatto con le unghie sporche…” Basta una frase e già capisci tutto : la passione e la rabbia di una bambina, il dramma di una casa dove liti, percosse, parole cattive si alternano a pacificazioni improvvise e a sentimenti contrastanti. Da una parte loro due, madre e figlia, dall’altra lui, il Vigliacco che non è il vero padre della ragazzina e che diventa giorno dopo giorno un nemico da fronteggiare . Una vicenda intima, come forse se ne vivono tante nel silenzio delle case e che racconta con amore nel suo ultimo libro “Storie sui fili” (Image Edizioni) la giornalista Carla Baroncelli. E sono numerosi i fili della ragnatela che avvolgono la mamma e la piccola, legate dal sottile cordone ombelicale che rimane vivo per molti anni dopo la nascita. Il libro, stampato per il momento in sole 500 copie, ha il grande merito di affrontare il tema della  violenza domestica vista attraverso gli occhi di una bambina che, pagina dopo pagina, si scopre molto più lucida di sua madre. E’ lei che capisce, d’istinto, il rapporto malato tra i genitori e che cerca di proteggere la donna, di aiutarla, di farsi piccola per non farla soffrire ulteriormente. E’ sempre lei che va dai carabinieri a denunciare il Vigliacco, ma non può fare nulla perché non ha l’età. Il crescendo coinvolge emotivamente il lettore che vive di riflesso la doppia violenza: quella nei confronti dell’adulta e quella che subisce la piccola, agita inconsapevolmente e drammaticamente dall’aggressore e dalla sua vittima. La chiamiamo “violenza assistita” e non ne parliamo mai abbastanza, del resto , come scrive nell’introduzione lo psichiatra Luigi Cancrini, “per la legge non è considerata reato”, tranne i rari casi di processi penali in cui viene considerata un’aggravante. La subiscono i minori nelle famiglie dove i papà picchiano le mamme e a volte anche i figli, ma è anche quella fatta “di parole e di silenzi, di tradimenti e di disprezzo dell’uno verso l’altro” nei casi di separazioni conflittuali quando i genitori chiedono, in modo più o meno palese, di schierarsi o di destreggiarsi per non ferire né l’uno né l’altra. “Faremo un grande passo in avanti- conclude l’accademico – verso un’umanità migliore” quando questo problema si capirà nella sua essenza e quando la consapevolezza spingerà gli adulti e gli operatori a proteggere il bambino dall’abuso che subisce.

Chi ha vissuto questa violenza nascosta crescendo ritroverà il problema. “ Tenderà a ripetere i comportamenti subiti in casa, ad aggredire gli altri- ci spiega Carla Baroncelli – oppure la farà sua, la riproporrà verso di sé, parlo dei depressi, dei suicidi, di chi è incapace di vivere, ma anche di chi soffre di disturbi alimentari o fa abuso di sostanze, oppure  da adulto troverà il modo di reagire, di trasformarla, farla diventare una cosa positiva: cercherà di tirarla fuori con l’arte, scrivendo.”  La tira fuori in modo imprevedibile la protagonista del libro, cinquantasei anni dopo l’ultimo incontro con il Vigliacco quando lo vede per caso in strada e inizia a gridare con forza. E’ l’incipit della storia: “Ancora non hai dimenticato? le chiede la Vecchia Signora (che è poi la bambina cresciuta n.d.r) ” e lei, la piccola, risponde che no, che non c’è riuscita “Vedi questi fili? Mi hanno catturato l’infanzia. Mi hanno impedito di crescere, dopo 56 anni sono ancora bambina. In questi grovigli sono incisi la rabbia, la paura, l’impotenza. La verità che non ho mai avuto il coraggio di dire…” E per guarire deve rivivere, raccontare, lasciar volare via i ricordi.

E’ un pugno nello stomaco questo libro nato per caso dalle fotografie che la Baroncelli ha scattato negli anni alle ragnatele e che corredano il testo, ma è anche il frutto dell’elaborazione di un episodio di vita vissuta. Oltre al patrocinio dell’Unicef, del comune di Ravenna e del Garante per l’Infanzia, fa parte di un progetto realizzato con un micro credito concesso per due anni e  portato avanti in collaborazione con l’associazione “Linea Rosa” di Ravenna. “Con loro e con operatori sociali e una psicologa che lavora sul trauma – ci dice l’autrice – andiamo nelle scuole, nei licei, proponiamo laboratori di teatro, cerchiamo di sensibilizzare i più giovani, di farli parlare, capire se vivono questo problema, aiutarli a parlarne.” Perché non si ripeta, perché i bambini vivano un’infanzia serena e diventino adulti altrettanto sereni.  Il ricavato della vendita andrà alle associazioni per attività d’intervento destinate a donne e a minori. A noi il compito non facile di capire, elaborare, non ripetere e nei limiti del possibile prevenire. Perché il problema ci riguarda. Tutte e tutti.

Stella Maggi