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Il Telefono Rosa ha seguito con molto interesse il discorso di Kiko Arguello. Con grande stupore e grande sconcerto abbiamo appreso che ricopre ancora oggi l’incarico di consultore del Pontificio Consiglio per i Laici, nomina che è stata conferita da Papa Giovanni Paolo II e riconfermata da Papa Benedetto XVI.

Chiediamo a Papa Francesco di far luce su tutta la vicenda e per maggiore chiarezza pubblichiamo qui di seguito l’articolo di Stella Maggi.

 

La scorciatoia

 

Cosa spinge un uomo a uccidere la compagna che lo sta lasciando?  E’ chiaro,  il dolore per l’abbandono. E cosa arma la sua mano per assassinare addirittura  i figli? Ma è ovvio, il desiderio di far provare alla donna ribelle, la madre di quei piccoli, la stessa disperazione che prova il povero uomo  abbandonato. Un uomo – va sottolineato-  che non conosce Dio e non ha altro amore che quello per la sua donna.  Dunque, di chi è  la colpa se il “disgraziato” cede all’ira e uccide? Elementare : della donna in fuga. E’ la tesi dell’iniziatore del cammino neocatecumenale, Kiko Arguello, pittore spagnolo  e animatore di folle sui settantasei anni. Tesi lanciata  a Roma, sabato 20 giugno, a San Giovanni durante il “Family day”, manifestazione nata negli intenti degli organizzatori per il  bisogno di difendere i figli dall’avvento delle unioni civili e da quelle  tra persone dello stesso sesso.
Arguello rilancia la sua elementare e delirante tesi sul femminicidio con diversi propositi facilmente intuibili; da un lato difendere l’indissolubilità  del matrimonio e schierarsi contro le unioni civili, dall’altro rispolverare un’idea che credevamo ormai cancellata nella civiltà occidentale, quella della  sottomissione coniugale. Una volta  si diceva “il marito si chiama stacci” e ciò significava  che non c’era via di fuga e che, una volta arrivata al matrimonio, la donna doveva accettare qualsiasi cosa in nome della famiglia. La storia è andata avanti. Siamo persino arrivati al divorzio breve,  Arguello però trova una scorciatoia diabolica  per tornare indietro nel tempo e colpevolizzare le donne.
Allora chiediamoci:  se durante una rapina a mano armata uno degli ostaggi si muove e viene ucciso di chi è la colpa? Della vittima che si è spostata  cercando la fuga e rischiando in prima persona  o ti spara il colpo fatale? Il colpevole è sempre chi uccide. Non ci sono altre possibilità. Lo stesso discorso vale per la  donna che lascia il suo compagno. Non è certo lei la responsabile della  furia omicida dell’uomo. Per altro, dentro di sé, la persona che lascia prova lo stesso dolore, la stessa disperazione di chi è stato abbandonato. Difendere la famiglia ad ogni costo, facendola diventare una tomba di odio e disperazione,  non e’ la soluzione. Parliamone …

 

Stella Maggi

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