Centro di orientamento per i diritti delle donne | CF. 96169350582

Loredana Colucci aveva 41 anni e faceva la commessa. Il due giugno di quest’anno è stata uccisa dall’ex marito ad Albenga, in provincia di Savona, davanti alla figlia di 13 anni che, forse, ha fatto salire il padre a casa. Se ciò fosse vero porterà per sempre con sé anche questo – devastante quanto immotivato- senso di colpa. Sarebbe successo lo stesso, la ragazzina non poteva certo evitarlo. Dall’omicidio di Loredana è nata una gara di solidarietà. L’intero paese si è stretto intorno alla famiglia della donna, è stata organizzata una colletta e una marcia di denuncia e solidarietà. Qualche giorno dopo, l’otto giugno, un altro uomo di 51 anni ha preso la pistola e sparato contro la sua compagna, Nicoletta Giannarrusto di 48 anni, uccidendola. Ancora una volta davanti alla figlia, una bambina che compirà otto anni a luglio. E’ successo a Riofreddo, vicino Roma. Due giorni dopo a morire è stata Claudia Ferrari di 38 anni, aveva appena lasciato le sue piccole di uno e tre anni all’asilo. A spararle, a Vitinia, sempre vicino Roma, l’ex compagno. A Latina, dove la donna era nata e dove vive ancora la sua famiglia, è stata organizzata una fiaccolata di solidarietà. Claudia aveva denunciato l’uomo per stalking. Ma nessuno l’ha aiutata, così come non è stata aiutata Loredana Colucci. Il gip per tre volte ha rifiutato di arrestare il suo assassino, un giardiniere di 51 anni, che la vittima aveva denunciato a più riprese.  Tutti e tre gli uomini sono morti, si sono suicidati. Sono solo gli ultimi casi di femminicidio, tre nel giro di circa una settimana. E sono cinquantotto le donne uccise dal primo gennaio, vittime della strage silenziosa che riempie le cronache dei giornali senza riuscire a proporre un’adeguata risposta politica e culturale. Molti di più i bambini che vivranno sulla loro pelle questa tragedia per sempre, orfani e figli di una mamma uccisa e di un padre assassino, morto a sua volta.

Così, passata la rabbia e il dolore si moltiplicano le domande. Potevano queste donne essere salvate? Da chi? Dalla giustizia? Dalla solidarietà dei vicini? Dalle forze dell’ordine? E cosa rimarrà per sempre in questi bambini? Già si sa che quanti hanno visto maltrattamenti in famiglia rischiano di ripeterli, ma cosa ne sarà di chi ha assistito all’omicidio della propria madre? Che futuro emotivo può avere una bambina che ha visto il padre uccidere la mamma? Sul fronte della giustizia, come su quello della prevenzione, dai fondi alle associazioni alle lezioni nelle scuole, a un lavoro capillare di educazione che passi soprattutto attraverso un diverso rispetto delle donne, sono stati versati fiumi d’inchiostro e spese molte parole, ma non accade nulla di concreto. Le reazioni spontanee, locali, di affetto e di denuncia non trovano eco nei nostri governanti. Del resto in Italia non abbiamo una ministra per le Pari Opportunità, la persona di riferimento con cui confrontarsi in questi casi. L’ultima è stata Josepha Idem, dal 28 aprile 2013 al 24 giugno 2013.  Telefono rosa e molte altre donne hanno chiesto e continuano a chiedere che si trovi una sostituta, anche con petizioni on line che non hanno mai avuto risposta. Non pensate che sarebbe utile per cambiare definitivamente rotta? Parliamone…